
Il mio nome è Nessuno. L’oracolo
di Valerio Massimo Manfredi
Va chiarito subito, perché il titolo attuale può confondere: è un romanzo del 1990, molto precedente al dittico su Odisseo, e non ne è la continuazione. Il legame è tematico — la profezia di Tiresia sull'ultimo viaggio di Ulisse — e commerciale. Detto questo, è uno dei migliori thriller archeologici mai scritti in Italia. Atene, 1973: il giovane archeologo Claudio Setti resta coinvolto nella rivolta del Politecnico contro la dittatura dei Colonnelli. Manfredi ricostruisce quei giorni con precisione, compresi i carri armati che sfondano i cancelli dell'università, e la violenza politica non fa da sfondo esotico: è l'evento che spezza in due la vita del protagonista e innesca tutto il resto. Da lì il romanzo si sviluppa su dieci anni, alternando l'indagine su un vaso aureo che contiene una profezia e una storia di vendetta personale. La combinazione di archeologia, storia greca contemporanea e thriller è insolita e riuscita: il mito non viene usato come chiave magica ma come oggetto di studio, con filologia vera. La parte finale, che porta i personaggi sui luoghi dell'ultimo viaggio di Ulisse, è la più suggestiva, anche se richiede al lettore qualche concessione sulla plausibilità delle coincidenze. I difetti: una gestione datata dei personaggi femminili e qualche svolta melodrammatica. Restano l'atmosfera greca, la ricostruzione della dittatura e un finale che chiude un cerchio lungo tre millenni.
Perché leggerlo?
Per chi ama i misteri che affondano le radici nel mito, in una narrazione che unisce la tensione politica alla passione per l'antichità.