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I Miei Libri

Tutte le Letture

La mia collezione completa di recensioni e pensieri sui libri che ho letto. Dalla narrativa fantasy alla saggistica tecnica, ogni libro lascia un segno.

Copertina di La Guerra dei Troll
Fantasy

La Guerra dei Troll

Christoph Hardebusch

Secondo capitolo del ciclo che Christoph Hardebusch dedica ai troll, e il primo in cui il conflitto annunciato nel volume precedente esplode davvero. La premessa resta quella: una pace fragile tra i popoli, tenuta insieme più dalla reciproca diffidenza che da un patto vero, e una catastrofe che solo i troll riescono a percepire perché la sentono arrivare attraverso la roccia. È una scelta narrativa che vale più di quanto sembri. Nel fantasy di scuola tedesca la geografia non fa da sfondo, funziona come organo di senso: le montagne trasmettono informazioni, la pietra registra ciò che accade, e i troll diventano sismografi viventi di un disastro che gli altri popoli scoprono troppo tardi. Hardebusch usa il meccanismo per ribaltare la gerarchia classica del genere — le creature considerate brutali sono le uniche capaci di ascoltare — senza però levigarle in eroi. Il registro è quello del fantasy epico tradizionale: capitoli brevi, punti di vista alternati, progressione che tiene. Il limite sta nella parte centrale, dove le sezioni dedicate agli intrighi tra i popoli umani scivolano nel convenzionale e rallentano il ritmo. La prosa, va detto, è funzionale più che memorabile: efficace nel raccontare, raramente nel far risuonare qualcosa. Si legge molto meglio dopo I Troll, perché diverse relazioni tra i personaggi danno per acquisito il primo volume. Chi cerca un fantasy militare con un punto di vista non umano costruito sul serio, e non si aspetta finezze di stile, trova qui una delle rese più convincenti dei troll come popolo anziché come ostacolo da abbattere.

Copertina di Trappola Mortale
Thriller

Trappola Mortale

Lee Child

Secondo Reacher pubblicato, e primo esperimento della serie con la terza persona. La differenza si sente: si perde l'accesso diretto ai calcoli del protagonista che rendeva così efficace Zona Pericolosa, e in cambio si guadagna la possibilità di seguire più fili contemporaneamente. La premessa gioca sull'unica cosa che Reacher non riesce a fare, cioè restare fermo. Lo troviamo in Florida a scavare fosse per piscine, in una parodia volontaria di vita sedentaria, finché l'omicidio di un investigatore privato non lo riporta dentro qualcosa che affonda le radici nel suo passato militare e, più indietro ancora, nel Vietnam. Child costruisce il libro come un ricongiungimento forzato tra un uomo che ha tagliato tutti i ponti e la parte di sé che non ha mai smesso di essere un poliziotto militare. La meccanica del thriller è solida e il ritmo non si affloscia mai, ma la trama chiede qualche concessione: le coincidenze necessarie a far incrociare le linee sono più visibili che altrove, e l'antagonista non ha la consistenza dei migliori della serie. Vale il prezzo per come Child gestisce la tensione nelle scene chiuse — un pedinamento, una casa, una stanza — dove la sua scrittura asciutta rende benissimo. Non è il capitolo da cui partire, ed è tra quelli che si possono leggere fuori ordine senza perdere nulla di essenziale. Resta un buon Reacher di seconda fascia, consigliato a chi ha già preso il ritmo della serie e vuole vederne il funzionamento in una veste narrativa diversa.

Copertina di Destinazione Inferno
Thriller

Destinazione Inferno

Lee Child

Terzo capitolo della serie, e il più claustrofobico dei primi Reacher. Child rinuncia quasi del tutto all'indagine e costruisce il romanzo su una situazione unica: Reacher e l'agente dell'FBI Holly Johnson vengono rapiti a Chicago da un gruppo paramilitare e trasportati verso una destinazione che nessuno dei due conosce. La scelta di togliere al protagonista la libertà di movimento è la cosa più interessante del libro. Reacher funziona normalmente perché può andarsene: la sua forza è l'assenza di legami e di posizione fissa. Qui è chiuso in un camion, sorvegliato, e deve improvvisare con quello che ha — osservazione, conteggio del tempo, stima delle distanze, gestione dei rapitori uno per uno. Il libro diventa così un esercizio prolungato di intelligenza tattica in condizioni di svantaggio totale, ed è lì che dà il meglio. Il bersaglio politico — le milizie armate americane e la loro mitologia — era attualissimo negli anni Novanta e oggi si legge come documento d'epoca interessante. Il rovescio della medaglia è che gli antagonisti risultano più caricaturali che minacciosi, e la parte finale sconfina in un'azione più convenzionale rispetto alla tensione accumulata nella prima metà. Il rapporto tra Reacher e Holly, costruito su rispetto professionale invece che sulla scorciatoia romantica, è tra i più riusciti della serie. Un capitolo solido, con una prima metà migliore della seconda, che si può leggere in modo indipendente ma dà di più a chi ha già letto Zona Pericolosa e conosce il passato militare del protagonista.

Copertina di L'erborista di Corte
Storico

L'erborista di Corte

Lisa Laffi

Un romanzo storico che parte da una figura reale e poco raccontata: Costanza Calenda, salernitana, tra le primissime donne europee a laurearsi in medicina, in un'epoca in cui l'accesso femminile agli studi era un'eccezione da negoziare caso per caso. È questo il punto di forza del libro. La Scuola Medica Salernitana aveva una tradizione, unica in Europa, di presenza femminile nell'insegnamento e nella pratica, e Lisa Laffi la usa non come curiosità ma come cornice concreta: la protagonista deve ottenere permessi, superare l'opposizione delle autorità accademiche e legittimare la propria competenza davanti a chi la considera per definizione impossibile. Il conflitto è amministrativo prima che romanzesco, e proprio per questo credibile. La Napoli di Giovanna II offre il secondo livello del romanzo. È una corte instabile, attraversata da favoriti, congiure e rivendicazioni dinastiche, e la medicina vi occupa una posizione ambigua: chi cura i potenti sta vicino al potere e quindi in pericolo. La parte erboristica — le sostanze, le preparazioni, il confine sottile tra rimedio e veleno — è il collegamento più efficace tra le due linee. Il limite è la componente sentimentale, che segue schemi piuttosto prevedibili del romanzo storico di consumo e assorbe spazio che la vicenda scientifica avrebbe usato meglio. Anche il linguaggio dei dialoghi risulta a tratti troppo moderno. Resta un libro che fa scoprire una storia vera che quasi nessuno conosce, con una ricostruzione d'ambiente accurata. Consigliato a chi apprezza il romanzo storico con protagoniste femminili documentate e non inventate.

Copertina di Zona Pericolosa
Thriller

Zona Pericolosa

Lee Child

Il romanzo che nel 1997 ha introdotto Jack Reacher, e il modo migliore per capire perché la serie ha funzionato. Reacher scende da un autobus a Margrave, in Georgia, entra in una tavola calda e nel giro di poche pagine viene arrestato per un omicidio che non ha commesso. Tutto il resto nasce da lì. Quello che Child costruisce in questo primo volume non è tanto una trama quanto un protocollo. Reacher non ha casa, documenti, bagaglio o legami: ha un passaporto, uno spazzolino da denti e un metodo. Osserva, misura, conta, ricostruisce. La violenza, quando arriva, è descritta con la precisione di un referto — quanti passi servono, dove colpire, quanto tempo resta — e questo registro tecnico è la vera firma dell'autore, molto più dell'azione in sé. La scelta narrativa determinante è la prima persona, che Child abbandonerà spesso nei volumi successivi. Qui funziona benissimo: si sta dentro la testa di Reacher mentre calcola, e il piacere della lettura è quello di vedere un problema smontato pezzo per pezzo prima ancora che venga risolto con la forza. La cospirazione al centro del libro è più ampia e più cattiva di quanto la cittadina lasci intuire, e la costruzione regge fino in fondo. È anche il romanzo dove il personaggio è più esposto: perde qualcosa di personale, e la reazione a quella perdita definisce tutto ciò che verrà dopo. Chi vuole leggere la serie senza seguirla tutta può fermarsi a pochi titoli, ma questo è l'unico davvero imprescindibile.

Copertina di I Troll
Fantasy

I Troll

Christoph Hardebusch

Il volume che apre il ciclo, e quello dove l'idea centrale di Hardebusch si vede meglio: raccontare i troll dall'interno, senza addomesticarli. Il principe Sten, spodestato e abbandonato nella foresta dopo l'arrivo del tiranno Zorpad, viene catturato da un gruppo di troll che decide di tenerlo come fonte di informazioni invece che come pasto. Da lì parte una convivenza forzata che è il vero motore del romanzo. La scelta interessante è che Sten non impara ad amare i troll. Li trova sgradevoli per gran parte del libro, e continua a trovarli tali anche quando capisce che sono l'unica alleanza possibile. Hardebusch evita così la scorciatoia più comune del fantasy — il mostro che si rivela buono — e la sostituisce con qualcosa di più adulto: un'alleanza tra creature che non si piacciono e che si tengono insieme perché il nemico è peggiore. La crudeltà dei troll resta crudeltà, la loro logica resta aliena, e proprio per questo il patto ha peso. La struttura è quella dell'avventura classica, con una progressione lineare dalla cattura alla guerra aperta e un ritmo che non ha cedimenti evidenti. Il prezzo è una certa prevedibilità: chi ha letto molto fantasy epico riconosce le tappe con un certo anticipo, e i personaggi umani restano più abbozzati di quelli non umani. È il punto d'ingresso corretto della serie, e regge anche da romanzo singolo. Consigliato a chi ha esaurito la pazienza per gli elfi e vuole vedere il genere raccontato dal lato sbagliato del campo di battaglia.

Copertina di Termush
Fantascienza

Termush

Sven Holm

Un romanzo breve del 1967 che negli ultimi anni è tornato a circolare, e a ragione: è invecchiato molto meglio di quasi tutta la fantascienza post-atomica della sua epoca. Sven Holm immagina un albergo di lusso costruito come rifugio per chi ha potuto permetterselo, e osserva cosa succede agli ospiti nei giorni successivi alla catastrofe nucleare. La forza del libro sta nel registro. Non c'è azione, non ci sono mostri, non c'è quasi trama: c'è un narratore che annota, con la calma di chi compila un diario, la manutenzione ordinaria di un mondo finito. Il personale continua a lavare via la polvere radioattiva dalle superfici, i pasti vengono serviti agli orari previsti, si organizzano concerti. L'orrore non arriva da fuori ma da questa insistenza sulla normalità, e dal fatto che gli ospiti la accettino. Il punto in cui il romanzo diventa davvero tagliente è l'arrivo dei sopravvissuti dall'esterno, chi il posto non l'aveva prenotato. La reazione della comunità dell'albergo trasforma una storia sulla fine del mondo in una storia sulla proprietà: la salvezza era un bene acquistato, e come ogni bene va difeso da chi non ha pagato. È una critica al capitalismo scritta senza una riga di predica, semplicemente mostrando la logica di un contratto portata alle sue conseguenze. Si legge in due ore e resta addosso molto più a lungo. Chi cerca fantascienza d'avventura resterà a mani vuote; chi apprezza Ballard, o l'apocalisse raccontata come procedura amministrativa, trova qui uno dei testi più lucidi del filone.

Copertina di Il Giuramento degli Orchi
Fantasy

Il Giuramento degli Orchi

Michael Peinkofer

Secondo capitolo della saga di Balbok e Rammar, e romanzo che affronta il problema classico dei seguiti comici: cosa fare dei personaggi dopo che hanno vinto. La soluzione di Peinkofer è divertente e coerente. I due orchi tornano nella Marca Putrida da eroi, si godono la ricchezza sottratta agli elfi e sprofondano nell'ozio, finché non arriva la richiesta d'aiuto che li rimette in movimento — e a chiederla sono i vecchi nemici, il che costringe il romanzo a mettere in scena un'alleanza che nessuna delle due parti desidera. È la parte migliore del libro. L'ironia si sposta dal ribaltamento del punto di vista (già sfruttato nel primo volume) alla convivenza forzata, e le scene di cooperazione riluttante tra orchi ed elfi producono più materiale comico della semplice caratterizzazione grottesca dei protagonisti. La minaccia demoniaca che emerge dalla terra alza la posta rispetto al primo volume e sposta il tono verso il fantasy epico più tradizionale. È anche il punto debole: ogni volta che il romanzo prova a essere davvero minaccioso, il registro comico costruito fin lì gli si mette di traverso, e la tensione non regge. Rammar resta il personaggio meglio scritto, con il suo cinismo che nasconde una competenza reale; Balbok si appiattisce un po' sulla funzione di forza bruta. Buon seguito per chi ha apprezzato Gli Orchi, superfluo per chi non lo ha letto: il romanzo dà per acquisiti sia i personaggi sia il tono.

Copertina di Gli Orchi
Fantasy

Gli Orchi

Michael Peinkofer

Primo capitolo della saga che Michael Peinkofer dedica ai fratelli Balbok e Rammar, e uno degli esempi più riusciti di quel filone tedesco che negli anni Duemila ha provato a raccontare il fantasy dal punto di vista dei mostri. L'operazione è dichiaratamente parodica. I due protagonisti sono rozzi, vigliacchi, litigiosi e mossi quasi esclusivamente dall'interesse personale, e il romanzo li spedisce in una missione verso il tempio di Shakara costruita esattamente come una quest eroica classica — mappa da recuperare, viaggio pieno di ostacoli, alleati inaffidabili — con la differenza che a percorrerla sono due creature completamente inadatte al ruolo. Quello che salva il libro dall'essere solo una barzelletta lunga è la coppia. Rammar è il calcolatore, Balbok il violento; il loro rapporto fraterno, fatto di insulti continui e di una lealtà che nessuno dei due ammetterebbe mai, regge l'intero romanzo e produce la maggior parte delle scene migliori. Peinkofer conosce bene i cliché che sta smontando, e l'ironia funziona soprattutto per chi ha letto abbastanza fantasy tradizionale da riconoscere i bersagli. Chi non li riconosce si troverà davanti un'avventura movimentata ma poco originale. I difetti sono quelli tipici della commedia lunga: alcune gag si ripetono, il registro comico appiattisce la tensione nei momenti in cui il romanzo vorrebbe farsi serio, e la trama è funzionale più che memorabile. Da leggere prima de Il Giuramento degli Orchi. Consigliato a chi vuole un fantasy che non si prende sul serio e non teme un umorismo piuttosto grossolano.

Copertina di L'Enigma del Cabalista
Thriller Storico

L'Enigma del Cabalista

Marcello Simoni

Un romanzo che sta fuori dai cicli principali di Simoni ed è tra i suoi più riusciti, forse proprio perché non deve preparare nessun seguito. Anno 1307: mentre l'Ordine del Tempio viene smantellato sotto accuse di eresia, il templare rinnegato Basilio Cacciaconti arriva a Napoli per recuperare un talismano che appartiene al cabalista Malachia Vinelles, prigioniero dell'Inquisizione. L'unico canale di comunicazione con lui è la figlia Samira, e questo vincolo — parlare con un uomo attraverso una persona che ha ragioni proprie per filtrare ciò che dice — è l'idea narrativa migliore del libro. La Napoli angioina è resa con più cura di quanto il genere richieda: la città sotterranea, i quartieri della comunità ebraica, la convivenza tesa tra corte francese e popolazione locale. Simoni evita la cartolina e costruisce un ambiente in cui i personaggi si muovono con difficoltà reale. Basilio è un protagonista interessante perché appartiene a un ordine che sta cessando di esistere mentre lui lavora: agisce con l'addestramento e i codici di un'istituzione che, mentre gira le pagine, viene cancellata. La cabala non è usata come ornamento esotico ma come sistema di lettura dei testi, con qualche semplificazione ma senza le fantasie da bestseller esoterico. Grimuche, l'assassino che percorre il libro, è un antagonista fisico efficace anche se poco approfondito. Il finale è più contenuto di quanto la costruzione lasci sperare. Ottimo punto d'ingresso per chi vuole provare Simoni senza impegnarsi in una trilogia.

Copertina di L'Enigma dell'Abate Nero
Thriller Storico

L'Enigma dell'Abate Nero

Marcello Simoni

Chiude la trilogia, ed è il volume in cui Simoni scioglie il nodo tenuto in sospeso per due libri. Estate 1461, Mar Ligure: il mercante e contrabbandiere Angelo Bruni abborda una nave e scopre un complotto contro il cardinale Bessarione, mentre a Ravenna Tigrinus si ritrova bersaglio di due fazioni contemporaneamente. La struttura a due linee che convergono è la più ambiziosa del ciclo e funziona: la vicenda marittima e quella cittadina si illuminano a vicenda, e la tensione nasce dal fatto che il lettore capisce prima dei personaggi come le due cose siano collegate. Bessarione è una scelta storica felice. Cardinale greco, uomo di enorme cultura, protagonista reale del tentativo di salvare i manoscritti bizantini dopo la caduta di Costantinopoli: la sua presenza ancora il romanzo a una vicenda documentata — il passaggio del sapere greco all'Occidente — che dà al filone alchemico un peso che di solito non ha. La Tavola di Smeraldo, inseguita per tre volumi, riceve infine un trattamento intelligente: Simoni evita sia lo scioglimento soprannaturale sia la spiegazione riduttiva, e la rivelazione sull'Abate Nero riguarda più la storia di Tigrinus che il misticismo. Il ritmo è il più serrato della trilogia, con inseguimenti e fughe che si susseguono a volte troppo fitti: nella parte centrale si perde qualche filo. Chi ha letto i primi due volumi trova qui la chiusura che meritava; chi comincia da qui non capirà quasi nulla.

Copertina di Il Patto dell'Abate Nero
Thriller Storico

Il Patto dell'Abate Nero

Marcello Simoni

Secondo volume della trilogia quattrocentesca, ambientato nel 1460 tra Alghero e il Mediterraneo. Bianca de' Brancacci, convinta che la morte del padre sia legata a un tesoro saraceno, recluta Tigrinus per una missione che comincia come caccia all'oro e si trasforma nella ricerca della Tavola di Smeraldo, il testo fondativo della tradizione alchemica. È il volume centrale e ne ha i pregi e i difetti tipici. Il pregio è l'ambientazione: Simoni sposta l'azione dalle città toscane al Mediterraneo delle rotte commerciali e della pirateria, e la Sardegna aragonese è una scelta insolita e ben resa, con una cultura di confine tra corona spagnola, resti arabi e presenza genovese. Le sequenze marittime sono tra le migliori che abbia scritto. Il difetto è strutturale: il libro deve spostare i personaggi dal punto in cui li aveva lasciati il primo volume a quello in cui servono al terzo, e in alcune sezioni si sente. Un paio di svolte esistono per necessità di trama più che per logica interna. Bianca è però un'aggiunta importante. Non è la comprimaria decorativa che il genere produce in serie: ha un progetto proprio, usa Tigrinus con freddezza e il rapporto tra i due resta per tutto il libro un'alleanza di convenienza, con reciproco sospetto. È la relazione più interessante del ciclo. Da leggere in sequenza, dopo L'eredità dell'Abate Nero. Preso isolatamente rischia di sembrare un'avventura di passaggio; nel contesto della trilogia è il volume che prepara la resa dei conti.

Copertina di L'Eredità dell'Abate Nero
Thriller Storico

L'Eredità dell'Abate Nero

Marcello Simoni

Apre la trilogia dell'Abate Nero, il ciclo quattrocentesco di Simoni, e introduce quello che è probabilmente il suo protagonista migliore: Tigrinus, ladro giovane e senza illusioni, molto lontano dagli eruditi che di solito guidano il giallo storico italiano. Firenze, 1459. Il banchiere Giannotto Bruni viene ucciso in una cripta e Tigrinus è l'unico testimone — condizione che nel Rinascimento fiorentino equivale a una condanna a morte differita. Da lì parte una fuga che diventa viaggio per mare verso Oriente, sulle tracce di un tesoro e di un uomo che sembra conoscere il passato del ragazzo meglio di lui. La differenza rispetto al ciclo di Ignazio da Toledo si sente subito. Ignazio risolve enigmi perché sa leggere manoscritti; Tigrinus sopravvive perché sa scassinare, mentire e correre. Il registro si abbassa dalla biblioteca al vicolo, e ne guadagna in ritmo: i capitoli sono brevi, le scene d'azione più frequenti, e la ricostruzione storica passa attraverso i porti, le stive e i bassifondi invece che attraverso le corti. Cosimo de' Medici, presente come ombra protettrice più che come personaggio, funziona bene proprio perché resta sullo sfondo: il potere qui si esercita per interposta persona, e il protagonista non sa mai davvero per chi stia lavorando. Il difetto è una certa fretta nella caratterizzazione dei comprimari, sacrificati al ritmo. La figura dell'Abate Nero resta volutamente indefinita, e chi vuole risposte dovrà arrivare al terzo volume. Punto di partenza obbligato della trilogia: leggerlo fuori ordine toglie gran parte del senso.

Copertina di L'Isola del Dottor Moreau
Fantascienza

L'Isola del Dottor Moreau

H.G. Wells

Del 1896, e il più cattivo dei romanzi di Wells. Prendick naufraga su un'isola dove Moreau, chirurgo espulso dalla comunità scientifica inglese, opera animali per renderli umani. Non li incrocia e non li seleziona: li taglia e li ricuce, uno per uno, senza anestesia. Il centro del libro non è l'orrore chirurgico ma la Legge. Le creature recitano in coro le regole che vietano di camminare a quattro zampe, di lappare l'acqua, di mangiare carne — una liturgia che serve a tenere insieme quello che il bisturi non ha potuto fissare. Wells sta descrivendo la civiltà come un rituale ripetuto contro una natura che torna sempre, e la lenta erosione di quella Legge nel corso del romanzo è la cosa più efficace che ci sia dentro. Moreau è un personaggio scomodo perché non è un pazzo. È coerente: il dolore che infligge non lo interessa, non per crudeltà ma perché lo considera irrilevante rispetto al problema che sta studiando. È il ritratto di una scienza senza freno etico scritto trent'anni prima che il Novecento ne fornisse gli esempi reali. Il finale, con Prendick tornato a Londra incapace di guardare i propri simili senza vedervi la bestia, è la mossa decisiva: l'isola non era un'eccezione, era un modello. Qualche pagina invecchia — la cornice e certe spiegazioni si trascinano — e il ritmo è meno teso di quello de La macchina del tempo. Resta un libro che disturba ancora, e la base di quasi tutta la narrativa successiva sulla manipolazione del vivente.

Copertina di L'orlo dell'estinzione
Fantascienza

L'orlo dell'estinzione

Paolo Broccolino

Seguito di 121 anni all'estinzione, e romanzo che sposta il baricentro dal problema astronomico a quello biologico. L'azione si concentra su Samsara, un pianeta che i primi rilevamenti indicano come ospitale e che si rivela invece letale in modi che gli strumenti non avevano previsto. È l'impianto classico della fantascienza di colonizzazione — l'ambiente alieno che non collabora — e Broccolino lo affronta con l'attenzione biologica che nel volume precedente aveva riservato alla meccanica orbitale. La parte più riuscita è quella sulla colonia. Isolata, dipendente da sistemi tecnologici che nessuno può riparare da zero, e attraversata da tensioni tra chi vuole procedere e chi vuole ritirarsi: il romanzo costruisce bene la pressione psicologica di un gruppo umano che sa di non avere una via di ritorno. L'intelligenza artificiale che assiste la colonia introduce inoltre la questione di chi decida davvero, quando le scelte richiedono una capacità di calcolo che gli esseri umani non hanno. Rispetto al primo volume la caratterizzazione è migliore: la vicenda si concentra su un arco temporale più breve, e i personaggi hanno il tempo di consolidarsi. In compenso si perde l'idea centrale che rendeva memorabile 121 anni all'estinzione, e la trama risulta più convenzionale nel panorama della fantascienza di colonizzazione. Qualche passaggio espositivo resta pesante, e il finale apre più di quanto chiuda. Da leggere dopo il primo volume, di cui riprende presupposti e contesto. Consigliato a chi ha apprezzato l'impostazione rigorosa dell'autore.

Copertina di Il segreto dei Medici
Thriller Storico

Il segreto dei Medici

Michael White

Un thriller che parte da un fatto reale poco noto: le esumazioni dei Medici nelle Cappelle Medicee, condotte da équipe di paleopatologi per studiare malattie, dieta e cause di morte della famiglia. È un punto di partenza eccellente, perché la paleopatologia è una disciplina vera e spettacolare, e Michael White la usa come innesco. Il ritrovamento di un oggetto inspiegabile nel corpo di Cosimo de' Medici trascina la ricercatrice Edie Granger in una vicenda che alterna il presente all'ambientazione rinascimentale. La struttura a doppio piano temporale è ormai uno standard del genere e qui è eseguita con mestiere: le sezioni storiche hanno una ricostruzione più curata della media, e Firenze funziona bene come luogo in cui il passato è letteralmente sotto il pavimento. Il tema di fondo — il desiderio di superare la mortalità, declinato attraverso l'alchimia e il mecenatismo mediceo — è coerente con l'ambientazione: i Medici hanno effettivamente finanziato la riscoperta del neoplatonismo e degli scritti ermetici, e il romanzo si appoggia a un contesto culturale documentato. I limiti sono quelli del thriller storico commerciale. La componente scientifica, promettente all'inizio, viene progressivamente sostituita dall'inseguimento e dalla cospirazione; l'antagonista è più funzionale che memorabile; e alcune svolte richiedono di accettare coincidenze piuttosto generose. Si legge velocemente e mantiene ciò che promette. Adatto a chi cerca un intrattenimento ben confezionato con una base storica reale, meno a chi voleva davvero un giallo scientifico.

Copertina di La macchina del tempo
Fantascienza

La macchina del tempo

H.G. Wells

Il romanzo che nel 1895 ha inventato il viaggio nel tempo come lo intendiamo, macchina compresa. Prima di Wells si andava nel futuro dormendo o sognando; qui c'è un dispositivo, una leva, una direzione scelta. Basterebbe questo per il posto nella storia del genere, ma non è ciò che rende il libro ancora vivo. La parte che conta è cosa il Viaggiatore trova nell'anno 802.701. Gli Eloi, esili e ornamentali, vivono in superficie senza lavorare; i Morlock, sbiancati dal buio, tengono in funzione le macchine nel sottosuolo. Il Viaggiatore interpreta la scena come il compimento della divisione di classe vittoriana: capitale e lavoro separati così a lungo da diventare due specie. Poi capisce di aver frainteso chi comanda, e la lettura si rovescia in qualcosa di molto più sgradevole. Wells fa una scelta che pochi imitatori hanno avuto il coraggio di ripetere: non si ferma lì. L'ultima parte spinge il Viaggiatore milioni di anni avanti, su una spiaggia sotto un sole rosso e gonfio, davanti a una creatura che si muove appena. È una pagina di una desolazione assoluta, senza morale e senza conforto, e resta uno dei finali più coraggiosi mai scritti nel genere. È un testo breve, con personaggi appena tratteggiati e una cornice narrativa datata. Ma la sua idea di fondo — che l'evoluzione non ha alcun obbligo di portarci da qualche parte — non è ancora stata smentita, ed è per questo che continua a inquietare a oltre un secolo di distanza.

Copertina di Via di fuga
Thriller

Via di fuga

Lee Child

Quarto Reacher, e il più vicino al procedural investigativo di tutta la prima parte della serie. Alcune donne, tutte ex militari che avevano denunciato molestie, vengono trovate morte in casa propria: nessun segno di effrazione, nessuna violenza apparente, nessuna causa evidente. Reacher entra nel caso dal lato peggiore, come sospettato, perché conosceva le vittime e il suo profilo combacia. Child costruisce qui un enigma da camera chiusa moltiplicato per tre, e per una volta la soluzione dipende quasi interamente dal ragionamento. Il punto tecnico attorno a cui ruota tutto — come si uccide qualcuno senza lasciare traccia e senza forzare una porta — è di quelli che si possono ricostruire leggendo con attenzione, ed è la ragione principale per cui il libro merita. È anche il romanzo in cui la relazione con Jodie Garber, avviata nel volume precedente, viene messa alla prova dalla natura stessa del personaggio. Child affronta esplicitamente il problema che si è creato: Reacher non può stare fermo, e ogni tentativo di costruirgli una vita normale deve fallire perché la serie continui. La gestione di questa incompatibilità è più onesta di quanto ci si aspetti da un thriller commerciale. I limiti: la pressione dell'FBI sul protagonista si basa su una premessa investigativa fragile, e il movente del colpevole, una volta svelato, è meno interessante del metodo. Il ritmo, per gli standard della serie, è più lento. Un capitolo di media fascia, consigliato soprattutto a chi apprezza Reacher quando deduce più di quanto colpisca. Si legge bene anche fuori sequenza, con qualche perdita sul filo sentimentale.

Copertina di Il problema dei tre corpi
Fantascienza

Il problema dei tre corpi

Liu Cixin

Primo volume di Memoria del passato della Terra, ed è il libro che ha portato la fantascienza cinese fuori dai confini nazionali. Liu Cixin comincia dove nessuno si aspetterebbe: la Rivoluzione Culturale, un fisico ucciso a bastonate davanti alla figlia durante una seduta di lotta. Quella scena non è un prologo suggestivo, è la causa di tutto ciò che accade nei tre volumi. La struttura alterna due piani. Nel presente il nanotecnologo Wang Miao indaga su una serie di suicidi tra scienziati e su un videogioco che ricostruisce la storia di una civiltà sottoposta al caos gravitazionale di tre soli. Nel passato si segue Ye Wenjie, l'astrofisica che ha visto morire il padre e che da una stazione di ascolto militare prende una decisione che riguarda l'intera specie. Il videogioco è il pezzo migliore del romanzo: spiega un problema di meccanica celeste attraverso ere che collassano una dopo l'altra, ed è didattica travestita da incubo. Liu scrive hard science fiction vera: le idee vengono prima dei personaggi, e i personaggi ne pagano il prezzo. Wang Miao resta poco più di un punto di osservazione, i dialoghi sono spesso espositivi, e chi cerca introspezione psicologica farà fatica. Ye Wenjie è l'eccezione, ed è uno dei personaggi più memorabili della fantascienza recente proprio perché il suo tradimento è comprensibile. Il finale non chiude nulla e apre tutto. Da leggere sapendo che è il primo terzo di un'opera unica, e che il volume successivo alza la posta in un modo che pochissime saghe riescono a sostenere.

Copertina di La materia del cosmo
Fantascienza

La materia del cosmo

Liu Cixin

Il volume centrale della trilogia, e per molti lettori il migliore dei tre. La flotta trisolariana è in viaggio, i sofoni hanno bloccato il progresso della fisica terrestre e possono leggere qualunque documento e ascoltare qualunque conversazione. L'unico posto che restano incapaci di raggiungere è l'interno di una mente umana: da qui il progetto degli Impenetrabili, quattro persone autorizzate a elaborare piani che non devono comunicare a nessuno. È un'idea narrativa splendida, perché costringe il romanzo a procedere per opacità: si vedono le azioni dei protagonisti senza conoscerne la ragione, a volte per centinaia di pagine. Liu la sfrutta soprattutto con Luo Ji, astronomo mediocre e svogliato che viene scelto senza capire perché, e che passa metà libro a sprecare risorse mondiali prima di arrivare al punto. Il punto è la teoria del bosco oscuro, ed è la ragione principale per leggere questo volume. Da due assiomi elementari — la sopravvivenza è il bisogno primario di ogni civiltà, e la materia dell'universo è finita — Liu deduce che ogni civiltà che si manifesta viene eliminata, e che il silenzio del cielo non è assenza di vita ma prudenza. È la risposta più agghiacciante mai formulata al paradosso di Fermi, e regge alla discussione meglio di quanto ci si aspetti. I difetti restano quelli del primo volume, aggravati: i personaggi femminili sono deboli, la parte centrale si dilata, e alcune svolte dipendono da coincidenze. Ma la scena della deterrenza finale vale l'intero romanzo, ed è una delle cose migliori scritte nel genere.

Copertina di Nella quarta dimensione
Fantascienza

Nella quarta dimensione

Liu Cixin

Chiusura della trilogia, e il volume più estremo dei tre: Liu Cixin abbandona la scala umana e porta la narrazione attraverso ere geologiche, poi cosmologiche, fino a mettere in discussione la dimensionalità stessa dell'universo. La protagonista, Cheng Xin, è una scelta divisiva. È un personaggio che agisce per compassione e le cui decisioni, prese nei momenti decisivi, risultano quasi sempre catastrofiche. Molti lettori la trovano insopportabile; è però evidente che Liu la usa come tesi — l'idea che l'etica umana, in un universo che funziona come il bosco oscuro, sia un lusso letale. Che si condivida o no, il romanzo la sostiene fino in fondo senza addolcirla. Le invenzioni concettuali sono le più spinte della saga: la fiaba allegorica che nasconde informazioni tecniche, gli attacchi che riducono le dimensioni dello spazio, e un finale che ripensa la fine dell'universo come un problema di responsabilità collettiva. Sono immagini che restano, e nessun altro autore contemporaneo le costruisce con questa ampiezza. Il prezzo è alto. La struttura è la più sbilanciata della trilogia, con lunghe sezioni saggistiche, decine di personaggi introdotti e abbandonati, e un impianto emotivo che si regge quasi solo sull'idea. Chi cerca una conclusione soddisfacente nel senso tradizionale non la troverà: il libro chiude la storia dell'umanità molto prima di finire. Va letto per completare il percorso, e per una manciata di scene che allargano davvero la percezione della scala. Il secondo volume resta il vertice; questo è il più ambizioso.

Copertina di Investire con gli ETF e gli ETC
Finanza

Investire con gli ETF e gli ETC

Gabriele Bellelli

Un manuale operativo su ETF ed ETC, scritto per il risparmiatore italiano che vuole gestire da sé il proprio portafoglio. La parte più utile è quella tecnica sugli strumenti. Bellelli spiega la differenza sostanziale tra ETF ed ETC — i primi sono fondi, i secondi note di debito senza la protezione patrimoniale dei fondi, distinzione che molti scoprono troppo tardi — e affronta le questioni che determinano davvero il risultato: replica fisica contro replica sintetica, TER e costi impliciti, tracking difference, politica di distribuzione o accumulazione dei proventi, e la fiscalità italiana con la sua asimmetria tra redditi da capitale e redditi diversi, che penalizza chi compensa minusvalenze con ETF. La parte sulle strategie di portafoglio è più discutibile. Le proposte costruite su obiettivi diversi e sostenute da test statistici hanno il pregio di essere concrete, ma i backtest sui dati passati vanno letti con prudenza, e il libro potrebbe insistere di più sui loro limiti. Chi cerca conferme troverà conferme. Il tono è accessibile e il libro non richiede basi finanziarie: è un pregio reale, considerando quanto la divulgazione italiana su questi temi oscilli tra il pubblicitario e l'accademico. Due avvertenze doverose. La prima: la normativa fiscale e l'offerta di prodotti cambiano, quindi va verificata la data dell'edizione. La seconda: nessun manuale sostituisce la valutazione della propria situazione personale, e questo libro insegna gli strumenti, non decide al posto di chi legge. Buon punto di partenza per costruirsi una competenza di base.

Copertina di L’abbazia dei cento inganni
Giallo Storico

L’abbazia dei cento inganni

Marcello Simoni

Terzo volume del Codice Millenarius, ambientato a Ferrara nel 1349, con l'Europa che esce a pezzi dalla peste. Maynard de Rocheblanche indaga su una processione di incappucciati avvistata nelle selve ferraresi, sospettata di riti satanici, e deve mettere al sicuro il Lapis exilii. Il tema che tiene insieme il libro è più interessante della trama: cosa succede alla religiosità dopo una catastrofe di quelle proporzioni. I flagellanti, le sette penitenziali, le accuse di stregoneria e i capri espiatori non sono invenzioni narrative ma fenomeni documentati del 1348-49, e Simoni li usa per mostrare una società che cerca una spiegazione morale a un evento biologico. È la parte migliore del romanzo. La struttura investigativa, invece, è la più debole del ciclo. La caccia alla reliquia si è trascinata per tre volumi e qui mostra la corda: alcuni passaggi risolutivi arrivano per rivelazione più che per deduzione, e la spiegazione finale sul culto lascia meno soddisfatti di quanto la costruzione promettesse. Maynard chiude il proprio arco in modo coerente, e il ciclo trova una conclusione dignitosa senza forzare un lieto fine che sarebbe stato fuori tono. Consigliato a chi ha letto i primi due volumi e vuole completare il percorso; sconsigliato come punto d'ingresso all'autore. Chi cerca il Simoni migliore trova più soddisfazione nel ciclo dell'Abate Nero o ne L'enigma del cabalista.

Copertina di Il mio nome è Nessuno. Il giuramento
Romanzo Storico

Il mio nome è Nessuno. Il giuramento

Valerio Massimo Manfredi

Primo volume del dittico che Manfredi dedica a Odisseo, e uno dei suoi lavori migliori proprio perché rinuncia quasi del tutto al soprannaturale. La scelta di fondo è raccontare l'Odisseo precedente al mito: l'infanzia in un'Itaca povera e rocciosa, l'educazione ricevuta da Laerte, la caccia sul Parnaso, il giuramento dei pretendenti di Elena che innescherà la guerra. Manfredi, che è archeologo di professione, ricostruisce una Grecia micenea materiale — palazzi di pietra, bronzo, agricoltura di sussistenza, navigazione costiera — e ci colloca dentro personaggi che gli dèi non aiutano mai in modo diretto. Gli interventi divini, quando compaiono, restano interpretabili come coincidenza o convinzione. È una lettura razionalista dell'epica che funziona: l'astuzia di Odisseo diventa una competenza appresa, non un dono, e la sua fama nasce dal fatto che gli altri re combattono mentre lui pensa. La parte troiana è la più riuscita e la più cupa. Dieci anni di assedio raccontati come logoramento — malattie, razzie per procurarsi cibo, alleanze che si sfaldano, uomini che invecchiano davanti a mura che non cadono — e nessuna traccia dell'eroismo scolastico. La morte di Achille e la fine di Ettore sono trattate senza retorica. Il limite è la voce narrante: la prima persona di Odisseo adotta a tratti un registro solenne che appesantisce, e alcuni passaggi ripetono il canone omerico senza aggiungervi molto. Da leggere prima de Il ritorno, che completa il percorso. Ottimo anche per chi non ha familiarità con l'epica classica.

Copertina di Paradox
Fantascienza

Paradox

Massimo Spiga

Il romanzo più sperimentale di questa lista, e uno dei pochi casi recenti in cui la fantascienza italiana prova deliberatamente a rompere la forma del romanzo di genere. Massimo Spiga costruisce un multiverso e ci muove dentro Perla, ma la vera materia del libro è il montaggio: ogni sezione cambia registro, stile e talvolta forma tipografica, e i riferimenti spaziano dalla sperimentazione novecentesca alla serialità televisiva. È un'operazione dichiarata, non un incidente, e il piacere della lettura dipende quasi interamente da quanto si è disposti a farsi spostare il terreno sotto i piedi. La scelta più riuscita è l'ambientazione italiana. Le borgate romane accanto alle realtà parallele producono un cortocircuito che la fantascienza nostrana di solito evita, preferendo scenari internazionali o neutri; qui il contrasto tra il linguaggio quotidiano e periferico e la scala cosmica del conflitto è la fonte principale dell'energia del romanzo. Il prezzo è alto. La frammentazione rende difficile costruire un investimento emotivo continuo, la trama va ricomposta dal lettore, e chi cerca una storia lineare con personaggi da seguire troverà il libro respingente. Alcune sezioni sperimentali funzionano meglio di altre, e qualche riferimento colto risulta più esibito che necessario. È un romanzo che divide, e non prova a non farlo. Consigliato a chi ha già una certa dimestichezza con la fantascienza contemporanea e cerca qualcosa di formalmente audace; sconsigliato come lettura d'ingresso al genere o come intrattenimento leggero.

Copertina di Pablo Escobar. Il padrone del male
Biografia

Pablo Escobar. Il padrone del male

Juan Pablo Escobar

Un libro che vale soprattutto per la posizione da cui è scritto: Juan Pablo Escobar era un ragazzo quando suo padre trasformava Medellín in un campo di battaglia, e racconta ciò che ha visto dall'interno della casa, non dalla cronaca. La forza del racconto sta nel rifiuto di entrambe le narrazioni disponibili. Non c'è la mitologia del bandito generoso che le serie televisive hanno reso popolare, e non c'è nemmeno la ricostruzione giudiziaria. C'è un padre che portava il figlio a scuola, gli comprava regali assurdi e gli spiegava le cose con pazienza, e che nello stesso periodo ordinava autobombe. Il libro non prova a conciliare le due immagini, e l'assenza di conciliazione è la sua parte più efficace. Dal punto di vista documentale, i capitoli sulla latitanza — la vita nelle case sicure, la logistica del nascondersi, l'economia quotidiana di un uomo con miliardi di dollari e nessun posto dove stare — offrono dettagli che le fonti ufficiali non hanno. Va letto sapendo cosa non è. L'autore è parte in causa: minimizza in alcuni punti, presenta la famiglia come vittima in modi discutibili, e in diversi passaggi la memoria personale sostituisce la verifica. Alcune ricostruzioni sono state contestate. È però proprio questa parzialità dichiarata a renderlo utile come contrappeso alla spettacolarizzazione di Escobar. Il capitolo finale, sul tentativo del figlio di incontrare i familiari delle vittime, è la parte che giustifica il libro.

Copertina di La via perfetta
Saggistica / Avventura

La via perfetta

Daniele Nardi

Il libro che raccoglie il pensiero e il percorso di Daniele Nardi, alpinista che ha dedicato gran parte della vita a un solo obiettivo: lo sperone Mummery sul Nanga Parbat, in inverno. La scelta di quella via merita una spiegazione, perché è il centro di tutto. Il Nanga Parbat è una delle montagne più letali dell'Himalaya, lo sperone Mummery è la linea più diretta e più esposta della parete Diamir, e nessuno l'aveva mai completato. Nardi ci è tornato più volte, in stagioni in cui la temperatura rende ogni errore definitivo, contro il parere di gran parte dell'ambiente alpinistico. Il libro spiega perché, e lo fa in una direzione che sposta il discorso dall'impresa sportiva alla ricerca personale. La via perfetta non è la più veloce né la più sicura: è quella che corrisponde a chi la sceglie. È un ragionamento che vale ben oltre l'alpinismo, e Nardi lo argomenta senza cadere nella retorica motivazionale che affligge il genere. La parte finale, aggiunta da Alessandra Carati dopo la scomparsa di Nardi sulla montagna nel febbraio 2019 insieme a Tom Ballard, cambia inevitabilmente la lettura di tutto ciò che precede. Il libro diventa un documento su una decisione presa da vivo e su come giudicarla dopo. Chi cerca cronaca alpinistica tecnica troverà meno dettagli di quanti ne vorrebbe: la componente riflessiva prevale su quella descrittiva. Chi vuole capire cosa spinge qualcuno a tornare in un posto che quasi certamente lo ucciderà, qui trova una risposta onesta.

Copertina di La progenie di Abaddon
Fantasy

La progenie di Abaddon

Rob Himmel

Un fantasy epico costruito su una struttura corale a tre linee narrative, che si intrecciano attorno alla minaccia dell'armata di Abaddon. La scelta strutturale è quella che dà identità al romanzo. Rob Himmel alterna il registro picaresco dei contrabbandieri Kelo e Bhor, quello militare della difesa organizzata dai sopravvissuti e quello della ricerca di un'arma leggendaria, e le tre linee hanno tono e ritmo diversi tra loro. Chi ama questo tipo di architettura — il modello è dichiaratamente quello del fantasy corale moderno — trova qui un'esecuzione ordinata, con capitoli che si passano il testimone senza far perdere il filo. La coppia di contrabbandieri è la parte più riuscita: sono personaggi con un mestiere concreto, motivazioni piccole e comprensibili, e funzionano come contrappeso terreno alla dimensione epica delle altre due linee. Quando il romanzo resta con loro, gira bene. Il limite è l'originalità dell'impianto generale. Lo scontro tra bene e male, l'armata demoniaca, l'arma leggendaria da recuperare: sono elementi che il lettore esperto ha già incontrato molte volte, e Himmel li tratta con mestiere senza rinnovarli davvero. L'interesse si sposta quindi sui personaggi e sul ritmo, che reggono, più che sulle idee. Anche la prosa è funzionale: efficace nel descrivere l'azione, meno nel costruire atmosfera. Un fantasy solido di produzione indipendente, adatto a chi cerca una lettura d'intrattenimento con un buon equilibrio tra azione e sviluppo dei personaggi, e non pretende una rifondazione del genere.

Copertina di La biblioteca perduta dell’alchimista
Giallo Storico

La biblioteca perduta dell’alchimista

Marcello Simoni

Secondo volume del ciclo di Ignazio da Toledo, e quello in cui Simoni mette a fuoco il tema che percorre tutta la sua opera: i libri come oggetti pericolosi. La scomparsa della regina Bianca di Castiglia porta Ignazio sulle tracce del Turba philosophorum, raccolta alchemica realmente esistente e realmente oscura, che nella finzione promette la conoscenza dei segreti della materia. La ricerca attraversa castelli, laboratori e ambienti in cui l'alchimia viene praticata come disciplina tecnica — distillazioni, forni, sostanze — più che come magia, e questa concretezza è la cosa migliore del romanzo. Il Conte di Nigredo è l'antagonista più memorabile del ciclo: il nome stesso rimanda alla prima fase dell'opera alchemica, la putrefazione, ed è coerente con un personaggio che agisce per corruzione più che per violenza diretta. Rispetto all'esordio la struttura è più solida e la prosa più controllata, con meno spiegazioni infilate a forza nei dialoghi. In compenso il ritmo è più lento: le sezioni dedicate alla decifrazione dei testi richiedono pazienza, e chi cerca azione continua troverà la parte centrale statica. Il rapporto tra Ignazio e Uberto, ormai cresciuto, guadagna spessore e diventa il vero filo emotivo della serie: un padre adottivo che ha insegnato al figlio un mestiere pericoloso e comincia a chiedersi se abbia fatto bene. Si può leggere in modo indipendente, ma la relazione tra i due protagonisti rende preferibile la lettura in ordine.

Copertina di Il labirinto ai confini del mondo
Giallo Storico

Il labirinto ai confini del mondo

Marcello Simoni

Terzo capitolo del ciclo di Ignazio da Toledo, ambientato nel 1229, e il più politico dei suoi romanzi medievali. Una serie di omicidi rituali a Napoli attira l'attenzione dell'Inquisizione, e Ignazio si ritrova accusato di guidare la setta dei Luciferiani. L'accusa non è un espediente: nel Duecento le denunce di adorazione del demonio erano uno strumento concreto di eliminazione degli avversari, e Simoni la usa per mostrare come funzionava davvero il meccanismo, con delatori, confessioni estorte e processi il cui esito era deciso in anticipo. La fuga attraverso il sud Italia fino alla corte di Federico II in Sicilia è la parte migliore. La corte sveva è uno degli ambienti più affascinanti del Medioevo europeo — traduttori arabi, astrologi, matematici, una tolleranza religiosa anomala per l'epoca — e Simoni la restituisce senza idealizzarla: Federico è un sovrano curioso e insieme spietato, che protegge il sapere finché gli è utile. Il contrasto tra i culti stellari, la scienza araba e l'ortodossia romana dà al romanzo un contenuto reale, non solo un'atmosfera. Il ritmo è il più sostenuto del ciclo, quasi tutto costruito sull'inseguimento, e ne soffre l'indagine: alcuni snodi si risolvono più per fuga fortunata che per ragionamento. Anche il numero di antagonisti è eccessivo. Un buon volume centrale, forse il migliore del ciclo per ambientazione. Leggibile da solo, ma i legami familiari con i volumi precedenti pesano nel finale.

Copertina di Il mio nome è Nessuno. L’oracolo
Thriller / Archeologico

Il mio nome è Nessuno. L’oracolo

Valerio Massimo Manfredi

Va chiarito subito, perché il titolo attuale può confondere: è un romanzo del 1990, molto precedente al dittico su Odisseo, e non ne è la continuazione. Il legame è tematico — la profezia di Tiresia sull'ultimo viaggio di Ulisse — e commerciale. Detto questo, è uno dei migliori thriller archeologici mai scritti in Italia. Atene, 1973: il giovane archeologo Claudio Setti resta coinvolto nella rivolta del Politecnico contro la dittatura dei Colonnelli. Manfredi ricostruisce quei giorni con precisione, compresi i carri armati che sfondano i cancelli dell'università, e la violenza politica non fa da sfondo esotico: è l'evento che spezza in due la vita del protagonista e innesca tutto il resto. Da lì il romanzo si sviluppa su dieci anni, alternando l'indagine su un vaso aureo che contiene una profezia e una storia di vendetta personale. La combinazione di archeologia, storia greca contemporanea e thriller è insolita e riuscita: il mito non viene usato come chiave magica ma come oggetto di studio, con filologia vera. La parte finale, che porta i personaggi sui luoghi dell'ultimo viaggio di Ulisse, è la più suggestiva, anche se richiede al lettore qualche concessione sulla plausibilità delle coincidenze. I difetti: una gestione datata dei personaggi femminili e qualche svolta melodrammatica. Restano l'atmosfera greca, la ricostruzione della dittatura e un finale che chiude un cerchio lungo tre millenni.

Copertina di Il segreto del mercante di libri
Giallo Storico

Il segreto del mercante di libri

Marcello Simoni

Volume conclusivo dell'arco di Ignazio da Toledo, ambientato nel 1234, e romanzo in cui il ciclo chiude i conti con il proprio protagonista. Ignazio torna in Spagna, la terra da cui proviene, per mettere in salvo la famiglia e per cercare la Grotta dei Sette Dormienti — leggenda condivisa da cristianesimo e islam, il che le dà un significato in più in un romanzo ambientato nella penisola iberica della Reconquista, dove le due religioni convivono e si combattono nello stesso spazio. Il tema, dichiarato senza troppi giri, è l'immortalità: un mercante di reliquie che ha passato la vita a vendere frammenti di santi si trova infine davanti alla possibilità che uno di quei racconti sia vero. Simoni gestisce l'ambiguità con misura, e il finale non risolve la questione in senso soprannaturale. La setta Saint-Vehme come antagonista è la scelta meno felice: è un'organizzazione realmente esistita nell'area germanica, e trapiantarla nel Mediterraneo funziona narrativamente ma storicamente convince poco. Rispetto ai volumi precedenti la parte investigativa è ridotta e quella d'avventura aumenta, con inseguimenti marittimi e agguati; chi apprezzava gli enigmi testuali dell'esordio potrebbe restarne deluso. È però il libro in cui Ignazio diventa finalmente una persona invece che una funzione narrativa, e le pagine dedicate al rapporto con Uberto e al bilancio di una vita spesa tra falsi sono le migliori che Simoni gli abbia dedicato. Da leggere dopo gli altri: qui l'ordine conta davvero.

Copertina di La profezia delle pagine perdute
Giallo Storico

La profezia delle pagine perdute

Marcello Simoni

Romanzo che sposta il centro del ciclo da Ignazio da Toledo al figlio adottivo Uberto, e che vale soprattutto per l'ampiezza geografica. La ricerca della famiglia scomparsa porta Uberto dalla Sicilia all'Africa settentrionale, e si intreccia con la Prophetia Merlini — testo realmente circolante nel Medioevo, attribuito a Goffredo di Monmouth e usato per secoli come strumento di propaganda politica — e con la leggenda del tesoro di Salomone. La scelta di appoggiarsi a una profezia storicamente documentata invece che inventata dà al romanzo una base più solida di quanto il titolo lasci pensare. Il Mediterraneo del Duecento è la vera protagonista: pirati, mercanti, astrologi di corte, città portuali dove si parlano quattro lingue e la fede di ciascuno è un dato commerciale prima che spirituale. Simoni si muove bene in questo spazio, e le sezioni nordafricane sono tra le più originali della sua produzione, perché il giallo storico italiano raramente esce dai confini europei. Uberto come protagonista è però più debole di Ignazio. Ha meno competenze specifiche, un movente più generico e un carattere che il romanzo non riesce a differenziare abbastanza dal padre adottivo, e la sua ricerca familiare funziona meglio come pretesto di viaggio che come motore emotivo. Anche la struttura risente di un eccesso di tappe: alcuni episodi sembrano aggiunti per allungare il percorso più che per necessità. Buon romanzo d'avventura mediterranea, di seconda fascia nel catalogo dell'autore.

Copertina di L’ultimo Unicorno
Fantasy

L’ultimo Unicorno

Peter S. Beagle

Del 1968, e uno dei pochi fantasy che si può chiamare senza esitazione letteratura. Un unicorno scopre di essere l'ultimo della sua specie e lascia la propria foresta per cercare gli altri; lungo la strada raccoglie Schmendrick, mago incapace, e Molly Grue, donna di mezza età che ha aspettato tutta la vita un incontro che arriva troppo tardi. Beagle scrive una favola che sa di essere una favola. I personaggi conoscono le regole delle storie in cui si trovano, le commentano, a volte se ne lamentano — un'ironia che precede di decenni la moda del fantasy metanarrativo e che qui non è mai un espediente comico fine a se stesso: serve a rendere più acuto il dolore quando le regole non bastano. Il cuore del romanzo è la trasformazione dell'unicorno in donna. Diventando mortale conosce il tempo, la paura e l'amore, e scopre che sono insopportabili. La frase in cui dice di essere ormai capace di rimpianto è il punto più alto del libro, e spiega perché il finale non sia consolatorio: qualcosa viene salvato, ma nulla torna com'era. La prosa è la ragione principale per leggerlo — musicale, precisa, capace di passare dalla battuta alla malinconia in una riga, e resa bene anche in italiano. Chi cerca worldbuilding sistematico o azione resterà spiazzato: qui la mappa non conta, contano il ritmo delle frasi e il peso delle perdite. Un libro breve che si rilegge a distanza di anni trovandoci ogni volta qualcosa di diverso.

Copertina di L’isola dei monaci senza nome
Giallo Storico

L’isola dei monaci senza nome

Marcello Simoni

Il più leggero e diretto dei romanzi di Simoni, e quello con il pubblico più giovane in mente. Siamo nel 1544 all'isola d'Elba, mentre la flotta di Khayr al-Din Barbarossa devasta le coste tirreniche. È un fatto storico preciso — le incursioni barbaresche di quell'anno furono devastanti per la Toscana costiera — e usarlo come cornice per una caccia al tesoro dà al libro un'urgenza che i romanzi d'avventura per ragazzi spesso non hanno: il pericolo esterno è reale e documentato. La trama segue giovani protagonisti alle prese con indizi templari e con una società segreta, la Loggia dei Nascosti, sulle tracce di un segreto risalente alle origini del cristianesimo. È materiale molto battuto, e Simoni non prova a rinnovarlo: lo esegue con mestiere, capitoli corti e un ritmo che non concede pause. Il pregio principale è la resa dell'isola. L'Elba del Cinquecento, con le sue miniere di ferro, i borghi fortificati e la costante minaccia dal mare, è un'ambientazione poco frequentata e restituita con concretezza. I limiti sono evidenti se lo si confronta con i cicli maggiori: personaggi semplificati, dialoghi funzionali, e una mitologia templare che a questo punto è un luogo comune del genere. La lunghezza contenuta lo rende però un libro che si finisce in poche sedute. Buona porta d'ingresso per lettori giovani o per chi vuole un'avventura storica senza impegno. Chi cerca il Simoni più complesso deve guardare altrove.

Copertina di Le lame scarlatte
Fantasy

Le lame scarlatte

Rob Himmel

Rob Himmel cambia registro rispetto al fantasy corale de La progenie di Abaddon e prova la strada del grimdark urbano, con un romanzo costruito attorno a un solo protagonista. Lynx è un assassino celebre che ha smesso e che viene costretto a rientrare in attività. È un archetipo preciso — il professionista ritirato che deve fare un ultimo lavoro — e ha il vantaggio di generare struttura da solo: ogni personaggio che incontra ha una memoria di ciò che ha fatto in passato, e ogni incontro è quindi anche un conto da regolare. Ganderia, la città in cui il romanzo si svolge, è la parte che funziona meglio. Il potere non sta in un trono ma in organizzazioni segrete che si contendono attività concrete, e Himmel dedica spazio alle dinamiche tra queste fazioni: chi controlla cosa, chi deve favori a chi, quali equilibri saltano se qualcuno viene ucciso. È una geografia del potere più interessante della trama d'azione che ci si svolge sopra. Il tono è cupo e il ritmo sostenuto, con capitoli brevi e una violenza descritta senza compiacimento eccessivo. I limiti stanno nella caratterizzazione. Lynx resta più definito dal suo mestiere che dalla sua interiorità, e il tema della redenzione, annunciato dalla struttura stessa del romanzo, viene affrontato in modo piuttosto convenzionale. Alcuni comprimari servono la trama senza avere una vita propria. Buona lettura per chi apprezza il fantasy di ambientazione urbana con intrighi tra corporazioni criminali. Indipendente da La progenie di Abaddon: si può cominciare da qui.

Copertina di 121 anni all’estinzione
Fantascienza

121 anni all’estinzione

Paolo Broccolino

Il romanzo che apre il ciclo di Paolo Broccolino, ed è hard science fiction nel senso più stretto: il problema scientifico viene prima dei personaggi, e la trama serve a esplorarne le conseguenze. La premessa è eccellente. Nel 2017 un team del JPL individua un meteorite la cui influenza gravitazionale devierà l'orbita di Mercurio fino a portarlo a collidere con la Terra: non domani, ma tra centoventuno anni. È questo intervallo a rendere il libro diverso dal disaster movie abituale. Nessuno dei protagonisti vedrà l'impatto. Il romanzo deve occuparsi di come si organizza una specie attorno a una scadenza che riguarda i pronipoti, ed è una domanda molto più interessante di quella su come si devia un asteroide. Broccolino la affronta seriamente, seguendo lo sviluppo tecnologico, i cambiamenti sociali e le decisioni politiche lungo generazioni. La struttura salta in avanti nel tempo, con personaggi che escono di scena per ragioni anagrafiche e vengono sostituiti: è la scelta corretta per la storia che vuole raccontare, e produce alcune delle sezioni migliori. È anche la fonte del principale limite. Nessun personaggio riesce ad accumulare abbastanza tempo in scena per diventare davvero tridimensionale, e il coinvolgimento emotivo resta sotto il livello dell'interesse intellettuale. La prosa è chiara e funzionale, con qualche passaggio didascalico di troppo nelle parti divulgative. Per chi ama la fantascienza di impianto scientifico rigoroso e non chiede al romanzo di essere anche un dramma psicologico. Primo volume: L'orlo dell'estinzione lo prosegue.

Copertina di Luci dal Futuro
Fantascienza

Luci dal Futuro

Paolo Broccolino

Il romanzo più ambizioso di Paolo Broccolino sul piano strutturale, perché lega due epoche distanti secoli con un unico filo narrativo. Si parte dal 1976, con un codice Morse rilevato su Marte — la data rimanda alle sonde Viking, il primo atterraggio riuscito sul pianeta, e ancorare l'invenzione a un evento reale è una buona mossa. Si arriva alle colonie marziane di un futuro remoto, con un gruppo di persone impegnate a fermare un virus climatico che minaccia la Terra. Il doppio binario temporale è la scelta che dà identità al libro: un segnale inspiegabile nel passato e una crisi nel futuro che ne rivela il senso. Quando il collegamento funziona, il romanzo produce i suoi momenti migliori, perché ogni dettaglio della sezione storica acquista un peso retroattivo. Sul piano tematico l'urgenza ecologica è trattata con più concretezza di quanto la fantascienza catastrofica faccia di solito: il virus climatico non è una metafora vaga ma un meccanismo con proprietà definite, e le contromisure hanno costi e limiti espliciti. I difetti sono quelli ricorrenti dell'autore. La struttura su due piani moltiplica i personaggi e nessuno dei due gruppi riceve lo spazio necessario; alcuni raccordi tra le epoche si appoggiano a coincidenze; e la scrittura resta funzionale, con passaggi divulgativi che interrompono il ritmo. Si legge in modo indipendente dagli altri due romanzi. È il titolo che mostra la maggiore maturità narrativa di Broccolino, ed è probabilmente il migliore per chi vuole provare l'autore partendo da un volume solo.

Copertina di Il mio nome è Nessuno. Il ritorno
Romanzo Storico

Il mio nome è Nessuno. Il ritorno

Valerio Massimo Manfredi

Il secondo volume affronta il compito più difficile: raccontare l'Odissea a chi ne conosce già ogni tappa. Manfredi lo risolve abbassando costantemente il livello del meraviglioso. Polifemo, le Sirene, Circe e la discesa agli inferi restano, ma vengono filtrati attraverso una voce narrante che potrebbe stare esagerando, ricordando male o costruendo la propria leggenda mentre la racconta. È una lettura antichissima del poema — Odisseo è per definizione un bugiardo — e usarla come principio strutturale è la cosa più intelligente del libro. Il vero tema è il costo. L'uomo che torna a Itaca non è quello partito vent'anni prima: ha perso tutti i compagni, e Manfredi insiste su questo dato con una precisione quasi contabile, contando i morti a ogni tappa. Il ritorno non è un premio, è ciò che resta. La parte finale, con la strage dei pretendenti, è raccontata come un massacro e non come una liberazione, e il romanzo ha il coraggio di lasciare aperta la questione se fosse necessario. Il riconoscimento di Penelope, giocato su prudenza e diffidenza reciproca invece che su commozione, è tra le cose migliori. Rispetto al primo volume la struttura è più episodica per necessità, e alcune tappe minori si trascinano; la scrittura resta a tratti troppo alta di tono. Chiude bene il dittico. Consigliato a chi ha letto Il giuramento: preso da solo perde gran parte della costruzione del personaggio.

Copertina di Le paludi di Hesperia
Romanzo Storico / Epico

Le paludi di Hesperia

Valerio Massimo Manfredi

Manfredi lavora qui su un materiale che quasi nessuno ha raccontato: i Nostoi, i poemi perduti del ciclo troiano che narravano i ritorni degli eroi. Di quei testi restano frammenti e riassunti tardi, e ricostruirli narrativamente è un'operazione di archeologia letteraria prima che di romanzo. Il protagonista è Diomede, il secondo miglior guerriero acheo dopo Achille, che al ritorno da Troia trova la moglie Egialea con un altro uomo e la città che non lo vuole più. Costretto all'esilio, naviga verso Hesperia — l'Italia — e finisce nelle paludi dell'Adriatico settentrionale. È una scelta interessante perché intercetta un fatto reale: diverse comunità dell'Italia adriatica in età antica rivendicavano una fondazione diomedea, e Manfredi usa il romanzo per raccontare come nasce un mito di fondazione. L'eroe greco che diventa capostipite italico è materiale storicamente documentato nella propaganda locale, non invenzione. Il tono è più cupo e più asciutto rispetto ai romanzi su Odisseo. Non c'è ritorno possibile, non c'è riconoscimento, non c'è Itaca: c'è un uomo competente in una sola cosa, la guerra, che deve costruirsi un posto in un territorio ostile e paludoso. È però anche il libro più frammentario dell'autore. La materia originale è lacunosa e il romanzo lo tradisce: alcune sezioni procedono per quadri isolati, e i personaggi secondari cambiano di continuo. Chi cerca la compattezza del dittico su Odisseo resterà insoddisfatto. Da leggere per l'argomento, raro e affascinante, più che per la costruzione narrativa.

Copertina di Il mercante di libri maledetti
Giallo Storico

Il mercante di libri maledetti

Marcello Simoni

L'esordio del 2011 che ha aperto il ciclo di Ignazio da Toledo e ha di fatto rilanciato il giallo storico italiano dopo anni di imitazioni stanche di Eco. Ignazio è un mercante di reliquie: non un monaco, non un cavaliere, ma un professionista che compra e vende oggetti sacri sapendo perfettamente quanti di essi siano falsi. È il mestiere a rendere il personaggio interessante, perché lo colloca nel punto esatto in cui fede e commercio si toccano, e gli dà una competenza plausibile su manoscritti, lingue e rotte mediterranee senza doverlo trasformare in un'enciclopedia ambulante. La caccia all'Uter Ventorum, testo che promette di evocare la sapienza angelica, si sviluppa come un percorso a tappe tra Francia, Spagna e Italia, con enigmi da decifrare e un antagonista che segue la stessa pista. Lo schema è quello del thriller esoterico di larga circolazione, ma Simoni lo esegue meglio della media: la documentazione storica è reale, la geografia dei viaggi ha tempi credibili, e la componente magica resta sempre sul confine dell'interpretabile. I limiti sono quelli di un primo romanzo: i comprimari — Uberto, il giovane apprendista, e il francese Guyot — sono più funzioni che persone, e alcuni enigmi si risolvono con troppa facilità rispetto alla difficoltà annunciata. Resta il libro giusto da cui cominciare, sia per il ciclo di Ignazio sia per l'autore in generale. Chi lo apprezza ha davanti altri quattro volumi; chi lo trova meccanico probabilmente non troverà nel resto della produzione qualcosa di sostanzialmente diverso.

Copertina di La taverna degli assassini
Giallo Storico

La taverna degli assassini

Marcello Simoni

Con questo romanzo Simoni abbandona il Medioevo e apre il ciclo settecentesco di Vitale Federici, ed è un cambiamento più radicale di quanto sembri. Granducato di Toscana, 1793: un cadavere in un campo di vite, un castello costruito sopra un'antica abbazia, e un'indagine condotta da Federici insieme al discepolo Bernardo della Vipera. Il contesto storico non è decorativo: la Toscana leopoldina era il laboratorio riformatore d'Europa — primo Stato ad abolire la pena di morte, nel 1786 — e ambientarci un'indagine significa poter usare un metodo investigativo razionale senza anacronismo, cosa impossibile nei romanzi medievali dell'autore. Il risultato è un giallo più classico e più pulito. Meno esoterismo, meno reliquie, più raccolta di prove e interrogatori; e la coppia maestro-allievo, con Bernardo che osserva e Federici che deduce, richiama esplicitamente la tradizione del genere. La brevità è insieme il pregio e il limite. Il romanzo è compatto e si legge rapidamente, ma la soluzione arriva presto e i sospettati non hanno lo spazio per diventare tridimensionali. Chi ama i gialli lunghi e stratificati lo troverà sbrigativo. L'atmosfera del castello, con la stratificazione tra edificio abbaziale e residenza nobiliare, è la parte più riuscita e mostra la competenza dell'autore, che di mestiere è archeologo. Punto d'ingresso del ciclo, da leggere prima de Il teatro dei delitti, che è il volume più ambizioso dei due.

Copertina di Il nome della rosa
Giallo Storico / Filosofia

Il nome della rosa

Umberto Eco

Del 1980, e ancora il modello di riferimento per chiunque scriva un giallo storico. Un'abbazia benedettina nel 1327, sette giorni, una serie di morti, e due investigatori: il francescano Guglielmo da Baskerville e il novizio Adso, che racconta da vecchio quello che ha visto da ragazzo. Il romanzo funziona su due livelli che raramente convivono così bene. Sopra c'è un'indagine costruita con precisione, con una biblioteca-labirinto che è insieme luogo fisico ed emblema del sapere organizzato per essere nascosto. Sotto c'è una discussione seria su cosa si possa conoscere e chi abbia il diritto di farlo, portata avanti attraverso le dispute sulla povertà di Cristo, l'Inquisizione, i movimenti ereticali. Eco non usa la storia come fondale: le controversie teologiche sono il movente. Guglielmo è un investigatore razionalista che arriva alla soluzione per una catena di deduzioni sbagliate — e il libro glielo fa dire esplicitamente. È la mossa più radicale del romanzo: l'ordine che il detective crede di scoprire non era nel mondo, ce l'ha messo lui. Un giallo che smonta la premessa stessa del genere, e lo fa senza rinunciare al piacere del genere. Le cento pagine iniziali chiedono pazienza, e le citazioni latine non tradotte scoraggiano qualcuno. Vale la fatica: la seconda metà accelera fino a un finale che è insieme soluzione dell'enigma e disastro. Da leggere anche solo per la discussione sul riso e sul secondo libro della Poetica, che è il vero cuore del libro.

Copertina di Il quinto sigillo
Thriller Storico

Il quinto sigillo

Davide Cossu

Esordio di Davide Cossu, e romanzo che sceglie un'ambientazione storica di prim'ordine: il Concilio di Firenze del 1439, il tentativo di riunificare la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente davanti alla minaccia ottomana su Costantinopoli. È un contesto perfetto per un giallo politico, e il libro lo capisce. La città è piena di delegazioni greche e latine, gli equilibri sono fragilissimi, e l'omicidio di un giovane greco può far saltare mesi di trattative. Il movente non è personale ma diplomatico, e questo dà all'indagine una posta reale. La scelta di Leon Battista Alberti come investigatore è la mossa più interessante. Alberti era architetto, matematico, teorico della prospettiva e della crittografia — è realmente autore di uno dei primi trattati europei sulle cifrature — e affidargli un'indagine significa poter usare un metodo basato su osservazione, misura e decifrazione senza forzare l'anacronismo. Un detective rinascimentale che ragiona come un rinascimentale, non come un poliziotto moderno in costume. Cosimo de' Medici, che commissiona l'indagine, funziona come il committente che non vuole la verità ma la stabilità, ed è un buon contrappeso. I difetti sono quelli tipici di un primo romanzo: la ricostruzione storica a volte prende il sopravvento sul ritmo, alcuni dialoghi servono a informare il lettore più che a far parlare i personaggi, e la soluzione arriva con qualche forzatura. Buon esordio, consigliato a chi ama il giallo storico costruito su eventi documentati più che su società segrete.

Copertina di L’abbazia dei cento peccati
Giallo Storico

L’abbazia dei cento peccati

Marcello Simoni

Primo volume del ciclo del Codice Millenarius e, tra le serie di Simoni, quella con l'impianto più cupo. Ferrara, 1346: il cavaliere Maynard de Rocheblanche entra in possesso di un enigma che conduce al Lapis exilii, la reliquia che la tradizione medievale identifica talvolta con il Graal. Maynard è un protagonista diverso dagli altri dell'autore. Non è un erudito né un ladro: è un soldato, un reduce, un uomo che risolve i problemi per come è stato addestrato a farlo e che porta addosso il peso di ciò che ha visto in guerra. Il registro del ciclo ne risulta più marziale e più tetro. Il romanzo si muove tra la corte di Avignone — il papato francese nella sua fase più politica e meno spirituale — e l'abbazia di Pomposa, e la scelta di ambientare l'intrigo nella Chiesa avignonese è azzeccata: cardinali che agiscono come principi, legati che trattano reliquie come strumenti diplomatici, e una fede che compare quasi solo come copertura di interessi. Simoni lavora bene sull'inseguimento: buona parte del libro è una fuga, e la sensazione di essere braccati da avversari con risorse molto superiori è resa in modo credibile. Il limite è la densità. Il numero di fazioni, nomi e passaggi di mano dell'enigma è alto, e nella prima metà si fatica a tenere tutto in ordine. La reliquia come oggetto del desiderio è inoltre un dispositivo molto battuto nel genere. Apre bene la trilogia: il volume successivo, con l'arrivo della peste, alza sensibilmente il livello.

Copertina di L’abbazia dei cento delitti
Giallo Storico

L’abbazia dei cento delitti

Marcello Simoni

Secondo capitolo del Codice Millenarius, e il migliore dei tre. Maynard de Rocheblanche prosegue la ricerca sul Lapis exilii cercando di guadagnarsi la fiducia del marchese Obizzo d'Este a Ferrara, mentre da oriente comincia ad arrivare la notizia di una pestilenza. È la peste a fare la differenza. Simoni non la usa come sfondo drammatico ma come fattore che disorganizza tutto: le rotte si interrompono, le città chiudono le porte, i piani politici costruiti nel primo volume diventano irrilevanti nel giro di poche settimane. Gli antagonisti continuano a inseguire una reliquia mentre il mondo in cui quella reliquia aveva valore si sta dissolvendo, e questa ironia di fondo dà al romanzo una profondità che il primo volume non aveva. La corte estense è ricostruita con cura, e Obizzo funziona come esempio del signore trecentesco italiano: colto, spietato, perennemente in bilico tra alleanze che cambiano più in fretta di quanto si possa gestire. Maynard, qui, deve fare qualcosa che gli riesce male, cioè la politica. Vederlo negoziare, dissimulare e adattarsi a un ambiente per cui non è attrezzato è più interessante che vederlo combattere, e Simoni ha il buon senso di non renderlo improvvisamente abile. Restano i difetti del ciclo: troppi personaggi secondari appena tratteggiati, e alcune scene di transizione allungate. Il finale non chiude, prepara. Da leggere in sequenza. È il volume in cui la trilogia trova il proprio tono.

Copertina di Il teatro dei delitti
Giallo Storico

Il teatro dei delitti

Marcello Simoni

Secondo capitolo del ciclo di Vitale Federici, e il romanzo più formalmente ambizioso di Simoni. Firenze, 1794, carnevale. Durante uno spettacolo al Teatro della Pergola una contessina intravede il corpo decapitato di una donna sotto il fondale. L'intera indagine si svolge nell'arco di una sola serata, dentro e attorno al teatro. L'unità di tempo e di luogo è la scelta che fa il libro. Costringendosi a poche ore e a un edificio solo, Simoni deve rinunciare ai viaggi e agli inseguimenti che di solito reggono i suoi romanzi, e affidarsi a interrogatori, movimenti tra i palchi e ricostruzione di chi era dove. Il risultato è il suo giallo più rigoroso, con una struttura che ricorda la commedia degli equivoci quanto il romanzo poliziesco. Il teatro come luogo del delitto è sfruttato fino in fondo: macchinari di scena, botole, fondali dipinti, corridoi di servizio: tutto ciò che serve a creare un'illusione serve anche a nasconderne un'altra. La Pergola esiste davvero, è uno dei teatri più antichi d'Italia, e la sua architettura viene usata come pianta dell'indagine. Il carnevale aggiunge il tema delle maschere in modo forse troppo esplicito, ed è l'unico punto in cui il romanzo insiste più del necessario. Qualche personaggio secondario resta indistinto nella folla degli spettatori, ma è un difetto minore rispetto alla riuscita complessiva. Il miglior giallo puro dell'autore, e leggibile anche senza aver letto La taverna degli assassini.

Copertina di Dungeon Crawler Carl
LitRPG / Fantascienza

Dungeon Crawler Carl

Matt Dinniman

La Terra viene demolita e convertita in un dungeon a diciotto livelli per un reality show trasmesso a un pubblico intergalattico. Carl è fuori casa quando succede, in mutande e ciabatte, e con lui c'è Princess Donut, la gatta persiana della sua ex, che entrando nel sistema acquisisce parola e intelligenza. La premessa suona come una barzelletta e il libro la usa come cavallo di Troia. Dinniman scrive un LitRPG rigoroso — statistiche, classi, oggetti, meccaniche di gioco che vengono rispettate e sfruttate con intelligenza tattica — ma la struttura del reality show gli serve per una satira feroce sull'intrattenimento: i sopravvissuti ricevono potenziamenti in base agli ascolti, quindi devono soffrire in modo spettacolare per avere una possibilità. Più il pubblico si diverte, più i personaggi vengono distrutti. Carl funziona perché è un uomo qualunque che diventa competente per accumulo di rabbia, non per talento. Princess Donut, vanitosa e completamente priva di scrupoli, è il migliore comic relief del genere e insieme il personaggio con l'arco più sorprendente. Il rapporto tra i due è la ragione principale per cui la serie ha il seguito che ha. Avvertenza doverosa: la violenza è esplicita, l'umorismo è nero e volgare, e la densità di riferimenti alle meccaniche di gioco può spiazzare chi non ha mai giocato di ruolo. Chi supera le prime cinquanta pagine di solito arriva in fondo alla serie. Un libro molto più intelligente di quanto la copertina e la premessa lascino sospettare, e uno dei rari casi in cui il LitRPG diventa letteratura di satira.

Copertina di Colpo secco
Thriller

Colpo secco

Lee Child

Quinto capitolo, e il Reacher più vicino al western. Nel Texas occidentale, sotto un caldo che Child descrive come un ostacolo fisico costante, una donna di nome Carmen Greer offre un passaggio a Reacher e gli chiede di uccidere suo marito, in uscita dal carcere e destinato a tornare a picchiarla. Reacher rifiuta, e la scelta genera tutto il romanzo: invece di risolvere il problema nel modo che il lettore si aspetta, si fa assumere come mandriano nel ranch della famiglia e resta a osservare. Il libro passa così gran parte del tempo in un solo luogo, con poche persone che si sorvegliano a vicenda, ed è tra i più claustrofobici della serie nonostante gli spazi aperti. La parte migliore è il dubbio. Child costruisce Carmen in modo che la sua versione dei fatti non sia mai completamente verificabile, e Reacher — che di solito legge le persone come referti — qui si trova a valutare una testimonianza invece che una scena del crimine. È una variazione riuscita sul suo metodo abituale, e regge fino a una rivelazione che rimette in discussione buona parte di quanto letto. Sullo sfondo, il razzismo delle comunità rurali texane verso i messicani non è decorazione ma parte del meccanismo che tiene Carmen intrappolata. Il difetto principale è il ritmo: la lunga permanenza al ranch chiede pazienza, e la coppia di killer professionisti che percorre il libro in parallelo è meno convincente della trama familiare. Buon capitolo, atipico, adatto a chi vuole vedere Reacher fermo in un posto solo.

Copertina di A prova di killer
Thriller

A prova di killer

Lee Child

Sesto Reacher, e quello con la premessa più elegante della serie: i servizi segreti lo assumono per tentare di assassinare il Vicepresidente degli Stati Uniti. Non davvero — è un test, un esercizio di squadra rossa per scoprire i buchi nel dispositivo di protezione prima che li trovi qualcun altro. È un'idea perfetta per questo personaggio, perché lo costringe a fare esplicitamente ciò che fa sempre in modo implicito: guardare una situazione e individuare il punto in cui cede. Le sezioni in cui Reacher e Frances Neagley studiano itinerari, angoli di tiro, tempi di esposizione e abitudini del protetto sono la parte migliore del libro, e funzionano come un piccolo manuale di pensiero avversariale. Il romanzo cambia però marcia quando emerge che una minaccia reale esiste, e da lì diventa un thriller più convenzionale. Il passaggio dalla simulazione alla caccia è gestito bene, ma la parte finale si affida a coincidenze e a un antagonista meno curato della premessa. Contiene inoltre uno dei rari momenti in cui Child scava nella storia familiare del protagonista: il legame con il fratello Joe, morto nel secondo volume, torna qui in una forma che aggiunge qualcosa al personaggio invece di limitarsi a citarlo. Neagley, introdotta qui in modo significativo, diventerà centrale in Vendetta a freddo: chi intende leggere quel romanzo farebbe bene a passare prima da questo. Un capitolo solido, con la prima metà nettamente superiore alla seconda.

Copertina di Il Condominio
Fantascienza / Distopico

Il Condominio

J. G. Ballard

Ballard prende un grattacielo di quaranta piani, autosufficiente e appena inaugurato, e lo tratta come un esperimento controllato. Gli abitanti sono professionisti benestanti, i servizi funzionano, non c'è alcuna causa esterna. Poi le cose si guastano — un ascensore, la corrente a un piano, la piscina — e la comunità si disgrega lungo le linee che erano già lì. Quello che rende il romanzo diverso da una qualsiasi distopia è che la regressione non viene subita, viene scelta. Gli inquilini potrebbero uscire in qualunque momento: il palazzo non è chiuso, la città continua a esistere là fuori, alcuni vanno ancora in ufficio. Restano perché la vita dentro l'edificio, mano a mano che si imbarbarisce, li interessa più di quella fuori. Ballard sta dicendo che la civiltà non crolla sotto una pressione esterna ma per noia, e che la barbarie può essere una forma di intrattenimento per persone troppo protette. La struttura organizza il libro per stratificazione verticale — piani bassi, medi, alti — trasformando la geografia dell'edificio in un modello di classe, e segue tre personaggi collocati a quote diverse. La prosa è fredda, clinica, quasi priva di empatia, e chi cerca personaggi in cui riconoscersi la troverà respingente: è un limite reale, ed è anche esattamente il punto. Scritto nel 1975, descrive con notevole anticipo le comunità recintate e l'architettura che promette di sostituire la città. Uno dei romanzi più importanti di Ballard, e il più leggibile del suo periodo migliore.

Copertina di La vittima designata
Thriller

La vittima designata

Lee Child

Settimo capitolo, e uno dei tre o quattro migliori dell'intera serie. Child torna alla prima persona e la usa per un romanzo costruito su un inganno: Reacher si infiltra nella casa fortificata di Zachary Beck fingendo di averne salvato il figlio, in un'operazione che presenta come collaborazione con la DEA ma che ha un movente personale. Quel movente è Xavier Quinn, l'uomo che dieci anni prima ha ucciso una collega di Reacher e che lui credeva morto. Il romanzo alterna il presente sotto copertura al racconto di quell'indagine militare, e le due linee convergono con una precisione che nella serie si vede raramente. La scelta strutturale decisiva è la copertura. Reacher, che di norma agisce senza vincoli, qui deve recitare una parte, subire perquisizioni, dormire in una stanza sorvegliata e reagire con moderazione a provocazioni che normalmente risolverebbe in tre secondi. La tensione nasce dal ritegno, non dall'azione, e la casa sull'oceano del Maine diventa uno degli ambienti più opprimenti che Child abbia scritto. È anche il libro dove il protagonista è meno simpatico. La vendetta lo rende disposto a rischiare vite altrui, e il romanzo non gli offre attenuanti: la scena di apertura, apparentemente un salvataggio, viene rivista più tardi sotto una luce diversa. Denso, cattivo, con un finale che chiude i conti senza consolazione. Chi vuole leggere pochi Reacher scelti bene dovrebbe includere questo. Funziona anche da solo, ma dà di più dopo aver conosciuto il passato militare del personaggio.

Copertina di Il Nemico
Thriller

Il Nemico

Lee Child

Ottavo volume pubblicato, ma il primo cronologicamente: siamo nel gennaio del 1990, il Muro è caduto da poche settimane e Reacher è ancora un maggiore della polizia militare, con un grado, un ufficio, dei superiori e l'obbligo di rispondere delle proprie azioni. È questa la ragione per cui il libro è così interessante. Tutta la serie si regge su un uomo senza vincoli; qui Child mostra lo stesso personaggio dentro una gerarchia, costretto a compilare rapporti, a negoziare con ufficiali più anziani e a subire ordini che sa essere sbagliati. Le sue qualità sono già tutte presenti, ma incontrano continuamente un attrito istituzionale che altrove non esiste. L'indagine parte dalla morte di un generale in un motel equivoco, apparentemente per infarto, e si allarga a un problema molto più grande: cosa succede a un esercito enorme quando il nemico per cui era stato costruito smette di esistere. La fine della Guerra Fredda non è ambientazione ma movente, e la lotta interna tra corpi militari per la sopravvivenza dei propri budget è la vera cospirazione del romanzo. È anche il capitolo più personale della serie: la relazione con la madre e con il fratello Joe occupa uno spazio insolito e spiega, senza dichiararlo, perché Reacher finirà per scegliere una vita senza indirizzo. Qualche passaggio procedurale si trascina e il finale è più amaro che soddisfacente. Resta il libro che dà senso a tutti gli altri, e il migliore da leggere subito dopo Zona Pericolosa.

Copertina di I Goblin
Fantasy

I Goblin

Karl-Heinz Witzko

Karl-Heinz Witzko fa con i goblin qualcosa di diverso da quello che i suoi connazionali hanno fatto con orchi e troll: non li riabilita e non li rende eroici, li lascia meschini e ci costruisce sopra un romanzo di umorismo surreale. Il meccanismo narrativo — il rapimento di esseri umani attraverso porte interdimensionali — è più vicino al nonsenso che al fantasy epico, e serve soprattutto a creare situazioni in cui la logica goblin, tutta basata su furbizia immediata e sull'incapacità di pensare oltre il vantaggio del momento, si scontri con quella umana. Questo è il pregio principale del libro. I goblin non sono stupidi: sono astuti in modo miope, e Witzko ricava molto materiale dal divario tra la loro intelligenza tattica e la loro totale assenza di strategia. È un umorismo di tipo tedesco, secco e a tratti grottesco, molto lontano dalla comicità anglosassone alla Pratchett a cui il genere ci ha abituati. Il rovescio della medaglia è che un romanzo popolato da personaggi volutamente sgradevoli fatica a creare coinvolgimento: manca una figura in cui riconoscersi, e nella parte centrale la successione di situazioni bizzarre rischia di diventare ripetitiva senza una progressione forte che la sostenga. Anche la struttura risente della premessa: gli attraversamenti dimensionali permettono di cambiare scenario a piacere, e il libro ne approfitta talvolta a scapito della coerenza. Una lettura originale per chi cerca fantasy fuori dagli schemi e apprezza l'umorismo storto; non il titolo giusto per chi vuole avventura o worldbuilding sistematico.

Copertina di La prova decisiva
Thriller

La prova decisiva

Lee Child

Nono capitolo, e quello che ha portato Reacher al cinema. Un cecchino spara sei colpi da un parcheggio in una cittadina dell'Indiana e uccide cinque persone. La polizia arriva rapidamente a un sospettato con precedenti militari, le prove sono schiaccianti, e l'uomo si rifiuta di parlare tranne che per una frase: trovate Jack Reacher. L'apertura è la migliore che Child abbia scritto. Il primo capitolo descrive la preparazione e l'esecuzione del tiro dal punto di vista dell'attentatore, in poche pagine di prosa asciutta e tecnica, senza mai nominarlo. Da lì il romanzo si costruisce all'indietro, e la struttura è quella di un'indagine che deve smontare una certezza invece che costruirla. Il meccanismo centrale — perché una scena del crimine troppo perfetta è sospetta — è svolto con rigore, e Reacher qui è al massimo della sua funzione: non un picchiatore ma un lettore di dettagli, che nota le cose che non tornano perché conosce il modo in cui un tiratore addestrato lavora davvero. Il romanzo ha anche il migliore antagonista della serie, un personaggio la cui storia viene raccontata in poche pagine che spiegano più di quanto farebbe un intero libro. Qualche coincidenza nella parte centrale e una sottotrama sentimentale poco necessaria abbassano leggermente il livello. Nel complesso è il Reacher più equilibrato tra deduzione e azione, e il titolo giusto da consigliare a chi non ha mai letto la serie e vuole capire in un volume solo se gli interessa.

Copertina di L'incisore
Horror / Thriller

L'incisore

Luigi Boccia e Nicola Lombardi

Un horror-thriller a quattro mani, dove il nome di Nicola Lombardi — autore con una lunga militanza nel fantastico e nel gotico italiano — spiega bene il tipo di scrittura che ci si trova davanti. È un libro che lavora quasi interamente sull'atmosfera e sull'accumulo di tensione, più che sull'intreccio. La costruzione procede per crescendo, con un'indagine che serve soprattutto a portare il lettore in ambienti sempre più chiusi e sgradevoli, e la scrittura è volutamente cruda: descrizioni fisiche esplicite, nessuna attenuazione, poco spazio per il sollievo comico che il genere spesso concede. Il filone di riferimento è quello dell'horror italiano che deriva più dal cinema di genere degli anni Settanta che dalla tradizione anglosassone: si punta sull'impatto visivo delle scene e sul disturbo, non sulla suggestione trattenuta. Chi apprezza quel registro lo troverà eseguito con competenza; chi preferisce l'orrore per sottrazione lo troverà eccessivo. Il tema, dichiarato dagli autori, è la parte inconfessabile dell'animo umano, e il romanzo lo affronta senza offrire vie d'uscita morali: non c'è ordine ristabilito alla fine, e questo è coerente con il progetto. I limiti sono quelli di un romanzo costruito sull'intensità: i personaggi restano al servizio dell'effetto, e chi cerca profondità psicologica o un'indagine rigorosa resterà a mani vuote. Da leggere sapendo cosa si prende: un horror italiano contemporaneo diretto e senza compromessi, indicato a lettori abituati al genere e non a chi ci si avvicina per la prima volta.

Copertina di Il cuore dei Naga
Fantasy

Il cuore dei Naga

Lee Yeong-do

Uno dei rari fantasy asiatici arrivati in Italia in traduzione integrale, ed è un'occasione che vale la pena cogliere: Lee Yeong-do è in Corea quello che Tolkien è stato per il mondo anglosassone, con un'influenza enorme sulla narrativa fantastica locale. Il mondo che costruisce si regge su quattro specie senzienti — umani, naga, rekon e tokkebi — ognuna con una biologia e un'etica proprie, e la differenza rispetto al fantasy europeo si vede subito: non sono varianti degli elfi e dei nani, sono soluzioni evolutive diverse al problema di essere vivi. I naga, in particolare, hanno un rapporto con il corpo, la morte e il linguaggio che rende la loro presenza nel gruppo di protagonisti continuamente straniante. La struttura è quella della compagnia in viaggio, ma il gruppo non funziona per affinità: ogni membro appartiene a una specie che ha ragioni concrete per diffidare delle altre, e l'obiettivo comune non cancella quei conflitti. La cooperazione resta faticosa fino alla fine, ed è la cosa più adulta del romanzo. I temi — il destino come vincolo biologico, il potere che chiede sempre un pagamento, il sacrificio come scelta e non come gesto eroico — vengono affrontati con una serietà filosofica che il fantasy commerciale raramente si concede. Avvertenza: è un'opera monumentale, il ritmo è lento nella prima parte e la nomenclatura richiede attenzione. La traduzione regge bene ma alcune scelte lessicali restano ostiche. Per chi ha esaurito il fantasy europeo e vuole vedere il genere pensato da un'altra tradizione.

Copertina di Ender's Game
Fantascienza

Ender's Game

Orson Scott Card

Del 1985, e uno dei romanzi di formazione più efficaci mai scritti travestiti da fantascienza militare. Andrew Wiggin, sei anni, viene tolto alla famiglia e mandato nella Scuola di Guerra orbitale per essere trasformato nel comandante che sconfiggerà gli Insettori. La parte migliore è la sala di battaglia. Card costruisce un ambiente a gravità zero dove non esistono alto e basso, e mostra Ender che riscrive la geometria del combattimento mentre gli avversari continuano a ragionare come se ci fosse un pavimento. È didattica narrativa di prim'ordine: si impara la tattica insieme al protagonista, e la soddisfazione è quella di vedere un problema ridefinito invece che risolto per forza. Il romanzo però non parla di guerra, parla di manipolazione. Ogni vittoria di Ender è preparata dagli adulti, che gli tolgono sistematicamente ogni alleanza, ogni riposo, ogni possibilità di rifiutare. La domanda vera del libro è se si possa restare innocenti mentre si viene usati, e la risposta arriva nel finale — uno dei colpi di scena più citati del genere, e uno dei pochi che non funziona come effetto ma come giudizio morale retroattivo su tutto ciò che si è appena letto con entusiasmo. Le sezioni dedicate a Peter e Valentine, che manovrano l'opinione pubblica terrestre attraverso forum di discussione, sono la parte più debole e insieme la più profetica. È un libro che si legge d'un fiato a qualsiasi età, e che a rileggerlo da adulti cambia completamente di segno. Il seguito va in una direzione del tutto diversa: conviene saperlo prima.

Copertina di Dungeon Crawler Carl: Vol. 2 Il giorno del giudizio
LitRPG / Fantascienza

Dungeon Crawler Carl: Vol. 2 Il giorno del giudizio

Matt Dinniman

Il secondo volume porta Carl e Princess Donut al terzo livello, quello in cui — come il sistema stesso annuncia — l'addestramento finisce. I due livelli precedenti servivano a ridurre il numero dei concorrenti; da qui in avanti il dungeon smette di essere un ostacolo e diventa un ambiente sociale. Il cambiamento strutturale è la cosa più interessante del libro. Il livello è una città labirinto, con fazioni, negozianti, incarichi che si contraddicono e regole che vanno interpretate. Dinniman abbandona la progressione lineare del primo volume per qualcosa di più aperto, e ne approfitta per mostrare che i veri avversari non sono i mostri ma gli altri giocatori e i produttori dello show, che modificano le regole in diretta quando gli ascolti calano. È anche il volume in cui la satira si fa più esplicita. Il sistema premia chi costruisce un personaggio televisivo riconoscibile, e i sopravvissuti cominciano a recitare la propria personalità per restare vivi. Donut, che di recitare non ha mai avuto bisogno, prospera; Carl paga la sua incapacità di fingere. I difetti sono quelli tipici della serie amplificati: la densità di meccaniche e di oggetti aumenta parecchio, alcuni siparietti comici si allungano, e chi non ha il primo volume fresco in memoria farà fatica a tenere il conto dei personaggi secondari. È il volume che convince o allontana definitivamente: chi accetta la combinazione di crudeltà, gag e progressione da videogioco trova qui la conferma che la serie sa alzare la posta senza perdere il tono.

Copertina di Il riscatto di Ender
Fantascienza

Il riscatto di Ender

Orson Scott Card

Il seguito di Ender's Game, e il caso raro di un sequel che rifiuta di essere un sequel. Card ha dichiarato che il primo romanzo esisteva per rendere possibile questo, e si vede: tremila anni dopo, Ender viaggia da un pianeta all'altro come Portavoce dei Morti, pronunciando orazioni funebri che raccontano le persone per come sono state davvero, senza indulgenza. Su Lusitania trova i pequeninos, una specie intelligente con un ciclo vitale che gli osservatori umani hanno frainteso in modo tragico. La tensione centrale non è militare ma antropologica: si può studiare una cultura aliena senza distruggerla, e chi decide cosa sia crudeltà quando la biologia dell'altro è diversa dalla nostra? Il romanzo è pieno di errori commessi in buona fede da persone competenti, ed è questo a renderlo doloroso. Il cambio di registro è netto. Sparisce l'azione, restano le famiglie, i lutti irrisolti, le conversazioni lunghe. La famiglia Ribeira, con il suo carico di violenza domestica e segreti, occupa gran parte del libro e sostiene il peso emotivo che nel primo volume era affidato al ritmo. È un romanzo più maturo e meno immediatamente godibile del precedente: chi arriva cercando altre battaglie in assenza di gravità si troverà davanti un libro sul perdono e sulla xenologia. Il tema centrale — la comprensione dell'Altro come lavoro faticoso, non come buona intenzione — è però svolto con una serietà che la fantascienza raggiunge di rado. Il finale, che riprende la colpa di Ender e le offre non un'assoluzione ma una riparazione possibile, chiude un arco lungo due libri.

Copertina di Un passo di troppo
Thriller

Un passo di troppo

Lee Child

Decimo capitolo, e il più internazionale della serie. Reacher è seduto in un bar di Manhattan e nota un uomo che sale su una Mercedes parcheggiata: un dettaglio banale che diventa una testimonianza chiave quando si scopre che quell'auto era la consegna di un riscatto. Il proprietario, Edward Lane, comanda una compagnia di mercenari privati e ha moglie e figliastra nelle mani di qualcuno. La prima parte è tra le cose migliori del ciclo. Child prende una scena da cinque secondi e la fa ricostruire a Reacher pezzo per pezzo, con una precisione da testimone oculare professionale, e da quel singolo frammento fa nascere l'intera indagine. È il modo in cui il personaggio funziona meglio: attenzione applicata a qualcosa che chiunque altro avrebbe ignorato. Il romanzo alza la posta morale più del solito. Reacher accetta di aiutare un uomo che scopre presto essere tutt'altro che innocente, e il libro lo mette davanti alla domanda su cosa fare quando il cliente è peggio dei rapitori. La risposta, quando arriva, è coerente con il personaggio e piuttosto spietata. La seconda metà si sposta in Inghilterra e perde qualcosa: il ritmo londinese e rurale è meno riuscito di quello newyorkese, e alcuni passaggi risolutivi si appoggiano a fortune eccessive. La presenza di Pauling, ex FBI, funziona meglio come partner investigativa che come interesse sentimentale. Buon capitolo con un'apertura eccellente e una chiusura più ordinaria. Leggibile in modo del tutto indipendente dal resto della serie.

Copertina di La setta dei libri maledetti
Thriller Storico

La setta dei libri maledetti

Fabio Delizzos

Fabio Delizzos sceglie per questo thriller storico un'ambientazione che il genere italiano frequenta meno di quanto meriterebbe: la Venezia del 1513, cioè la città nel pieno della guerra della Lega di Cambrai, assediata politicamente da mezza Europa e insieme capitale europea della stampa. Questo secondo dato conta molto per il libro. Nel primo Cinquecento Venezia produceva una quota enorme dei libri stampati in Europa, e la censura sui testi era un problema concreto e quotidiano per la Repubblica. Costruire un'indagine su libelli eretici significa quindi lavorare su un conflitto reale — controllo dell'informazione, interessi economici della stampa, ortodossia religiosa — e non su una setta inventata. Victor Salva è il tipico investigatore tormentato del genere, e il romanzo non fa molto per allontanarlo dall'archetipo; funziona però bene come guida attraverso gli ambienti veneziani, dalle case patrizie alle tipografie ai canali secondari. L'atmosfera è la carta migliore: Delizzos costruisce una Venezia cupa, umida e claustrofobica, molto lontana dalla cartolina, e le scene notturne sono le più efficaci. I limiti stanno nella componente esoterica, che a tratti prende il sopravvento sull'indagine politica, più interessante, e in un ritmo che nella parte centrale si affida a colpi di scena ravvicinati invece che alla progressione dell'indagine. Buon thriller storico d'atmosfera, consigliato a chi ha esaurito i cicli di Simoni e cerca qualcosa di simile in un'ambientazione diversa.

Copertina di Vendetta a freddo
Thriller

Vendetta a freddo

Lee Child

Undicesimo capitolo, e l'unico in cui Reacher lavora stabilmente in squadra. Il meccanismo d'innesco è splendido nella sua semplicità: sul suo conto compare un versamento di 1030 dollari. Non è denaro, è un messaggio — dieci-trenta, il vecchio codice radio della polizia militare che significa emergenza — e a mandarlo è Frances Neagley. Uno degli ex membri dell'unità speciale è stato ucciso e gettato da un elicottero. Altri risultano irreperibili. Reacher e i superstiti si ricompongono per capire chi li sta eliminando, e il romanzo diventa una storia sul gruppo più che sull'individuo. È una variazione che paga. Reacher senza legami è il presupposto della serie; qui Child mostra l'unico legame che il personaggio riconosce ancora, quello dell'unità che comandava, e lo fa senza sentimentalismo: i vecchi commilitoni si ritrovano, riprendono i ruoli di allora, si prendono in giro, e nessuno ha bisogno di spiegare perché sia venuto. La frase che regola tutto — non si tocca l'unità speciale — funziona come codice morale ed è il vero motore del libro. L'indagine, che parte da uno schema di numeri apparentemente casuali, è tra le più solide del ciclo, e Los Angeles offre un'ambientazione diversa dal solito. Il limite è l'antagonista, funzionale ma anonimo, e un finale che risolve con la forza ciò che l'indagine aveva impostato con intelligenza. Uno dei Reacher più riusciti della seconda decade, e il migliore per chi vuole vedere il personaggio in relazione con qualcuno.

Copertina di Il Quadro Segreto di Leonardo
Thriller Storico

Il Quadro Segreto di Leonardo

Fabio Delizzos

Delizzos mette Leonardo da Vinci al centro di un thriller ambientato a Roma nel 1516, e la scelta della data è più accurata di quanto sembri: Leonardo trascorse effettivamente gli anni romani sotto la protezione di Giuliano de' Medici, alloggiato in Belvedere, occupandosi di studi anatomici e ottici più che di pittura, e in un clima di sostanziale emarginazione rispetto a Raffaello e Michelangelo. Il romanzo sfrutta bene questo Leonardo tardo e appartato. Le sale anatomiche, gli studi sul corpo umano condotti in condizioni di semi-clandestinità e i sospetti della curia non sono invenzioni: le dissezioni gli furono effettivamente contestate. Un investigatore che osserva, misura e disegna prima di concludere è inoltre una scelta coerente con il personaggio storico. Il cardinale Bibbiena, letterato e uomo di curia realmente attivo in quegli anni, funziona come committente ambiguo, e la Roma di Leone X — cantieri, denaro, corruzione, teologia usata come strumento — è un ottimo scenario per un intrigo. La parte più debole è il personaggio di Honda e i suoi poteri straordinari, che spostano il romanzo verso un registro fantastico mal amalgamato con la ricostruzione storica; e il salto finale ai giorni nostri è un espediente ormai molto abusato nel genere, qui usato senza particolare necessità. Ritmo sostenuto, enigmi ben congegnati, documentazione superiore alla media del filone. Consigliato a chi ama i thriller costruiti attorno all'arte, accettando qualche concessione al soprannaturale.