
La Guerra dei Troll
Christoph Hardebusch
Secondo capitolo del ciclo che Christoph Hardebusch dedica ai troll, e il primo in cui il conflitto annunciato nel volume precedente esplode davvero. La premessa resta quella: una pace fragile tra i popoli, tenuta insieme più dalla reciproca diffidenza che da un patto vero, e una catastrofe che solo i troll riescono a percepire perché la sentono arrivare attraverso la roccia. È una scelta narrativa che vale più di quanto sembri. Nel fantasy di scuola tedesca la geografia non fa da sfondo, funziona come organo di senso: le montagne trasmettono informazioni, la pietra registra ciò che accade, e i troll diventano sismografi viventi di un disastro che gli altri popoli scoprono troppo tardi. Hardebusch usa il meccanismo per ribaltare la gerarchia classica del genere — le creature considerate brutali sono le uniche capaci di ascoltare — senza però levigarle in eroi. Il registro è quello del fantasy epico tradizionale: capitoli brevi, punti di vista alternati, progressione che tiene. Il limite sta nella parte centrale, dove le sezioni dedicate agli intrighi tra i popoli umani scivolano nel convenzionale e rallentano il ritmo. La prosa, va detto, è funzionale più che memorabile: efficace nel raccontare, raramente nel far risuonare qualcosa. Si legge molto meglio dopo I Troll, perché diverse relazioni tra i personaggi danno per acquisito il primo volume. Chi cerca un fantasy militare con un punto di vista non umano costruito sul serio, e non si aspetta finezze di stile, trova qui una delle rese più convincenti dei troll come popolo anziché come ostacolo da abbattere.






























































