
Le paludi di Hesperia
di Valerio Massimo Manfredi
Manfredi lavora qui su un materiale che quasi nessuno ha raccontato: i Nostoi, i poemi perduti del ciclo troiano che narravano i ritorni degli eroi. Di quei testi restano frammenti e riassunti tardi, e ricostruirli narrativamente è un'operazione di archeologia letteraria prima che di romanzo. Il protagonista è Diomede, il secondo miglior guerriero acheo dopo Achille, che al ritorno da Troia trova la moglie Egialea con un altro uomo e la città che non lo vuole più. Costretto all'esilio, naviga verso Hesperia — l'Italia — e finisce nelle paludi dell'Adriatico settentrionale. È una scelta interessante perché intercetta un fatto reale: diverse comunità dell'Italia adriatica in età antica rivendicavano una fondazione diomedea, e Manfredi usa il romanzo per raccontare come nasce un mito di fondazione. L'eroe greco che diventa capostipite italico è materiale storicamente documentato nella propaganda locale, non invenzione. Il tono è più cupo e più asciutto rispetto ai romanzi su Odisseo. Non c'è ritorno possibile, non c'è riconoscimento, non c'è Itaca: c'è un uomo competente in una sola cosa, la guerra, che deve costruirsi un posto in un territorio ostile e paludoso. È però anche il libro più frammentario dell'autore. La materia originale è lacunosa e il romanzo lo tradisce: alcune sezioni procedono per quadri isolati, e i personaggi secondari cambiano di continuo. Chi cerca la compattezza del dittico su Odisseo resterà insoddisfatto. Da leggere per l'argomento, raro e affascinante, più che per la costruzione narrativa.
Perché leggerlo?
Per chi vuole scoprire il destino degli eroi di Troia dopo la caduta della città, tra miti dimenticati e la nascita di una nuova patria.