
Pablo Escobar. Il padrone del male
di Juan Pablo Escobar
Un libro che vale soprattutto per la posizione da cui è scritto: Juan Pablo Escobar era un ragazzo quando suo padre trasformava Medellín in un campo di battaglia, e racconta ciò che ha visto dall'interno della casa, non dalla cronaca. La forza del racconto sta nel rifiuto di entrambe le narrazioni disponibili. Non c'è la mitologia del bandito generoso che le serie televisive hanno reso popolare, e non c'è nemmeno la ricostruzione giudiziaria. C'è un padre che portava il figlio a scuola, gli comprava regali assurdi e gli spiegava le cose con pazienza, e che nello stesso periodo ordinava autobombe. Il libro non prova a conciliare le due immagini, e l'assenza di conciliazione è la sua parte più efficace. Dal punto di vista documentale, i capitoli sulla latitanza — la vita nelle case sicure, la logistica del nascondersi, l'economia quotidiana di un uomo con miliardi di dollari e nessun posto dove stare — offrono dettagli che le fonti ufficiali non hanno. Va letto sapendo cosa non è. L'autore è parte in causa: minimizza in alcuni punti, presenta la famiglia come vittima in modi discutibili, e in diversi passaggi la memoria personale sostituisce la verifica. Alcune ricostruzioni sono state contestate. È però proprio questa parzialità dichiarata a renderlo utile come contrappeso alla spettacolarizzazione di Escobar. Il capitolo finale, sul tentativo del figlio di incontrare i familiari delle vittime, è la parte che giustifica il libro.
Perché leggerlo?
Per conoscere la vera storia dietro il mito di Escobar, raccontata senza filtri da chi ha vissuto in prima persona l'orrore e la complessità di quella vita.