
Gli Orchi
di Michael Peinkofer
Primo capitolo della saga che Michael Peinkofer dedica ai fratelli Balbok e Rammar, e uno degli esempi più riusciti di quel filone tedesco che negli anni Duemila ha provato a raccontare il fantasy dal punto di vista dei mostri. L'operazione è dichiaratamente parodica. I due protagonisti sono rozzi, vigliacchi, litigiosi e mossi quasi esclusivamente dall'interesse personale, e il romanzo li spedisce in una missione verso il tempio di Shakara costruita esattamente come una quest eroica classica — mappa da recuperare, viaggio pieno di ostacoli, alleati inaffidabili — con la differenza che a percorrerla sono due creature completamente inadatte al ruolo. Quello che salva il libro dall'essere solo una barzelletta lunga è la coppia. Rammar è il calcolatore, Balbok il violento; il loro rapporto fraterno, fatto di insulti continui e di una lealtà che nessuno dei due ammetterebbe mai, regge l'intero romanzo e produce la maggior parte delle scene migliori. Peinkofer conosce bene i cliché che sta smontando, e l'ironia funziona soprattutto per chi ha letto abbastanza fantasy tradizionale da riconoscere i bersagli. Chi non li riconosce si troverà davanti un'avventura movimentata ma poco originale. I difetti sono quelli tipici della commedia lunga: alcune gag si ripetono, il registro comico appiattisce la tensione nei momenti in cui il romanzo vorrebbe farsi serio, e la trama è funzionale più che memorabile. Da leggere prima de Il Giuramento degli Orchi. Consigliato a chi vuole un fantasy che non si prende sul serio e non teme un umorismo piuttosto grossolano.
Perché leggerlo?
Per scoprire il primo capitolo della saga degli orchi, dove creature deformi e crudeli diventano protagonisti di un'avventura epica e ironica.


