
I Troll
di Christoph Hardebusch
Il volume che apre il ciclo, e quello dove l'idea centrale di Hardebusch si vede meglio: raccontare i troll dall'interno, senza addomesticarli. Il principe Sten, spodestato e abbandonato nella foresta dopo l'arrivo del tiranno Zorpad, viene catturato da un gruppo di troll che decide di tenerlo come fonte di informazioni invece che come pasto. Da lì parte una convivenza forzata che è il vero motore del romanzo. La scelta interessante è che Sten non impara ad amare i troll. Li trova sgradevoli per gran parte del libro, e continua a trovarli tali anche quando capisce che sono l'unica alleanza possibile. Hardebusch evita così la scorciatoia più comune del fantasy — il mostro che si rivela buono — e la sostituisce con qualcosa di più adulto: un'alleanza tra creature che non si piacciono e che si tengono insieme perché il nemico è peggiore. La crudeltà dei troll resta crudeltà, la loro logica resta aliena, e proprio per questo il patto ha peso. La struttura è quella dell'avventura classica, con una progressione lineare dalla cattura alla guerra aperta e un ritmo che non ha cedimenti evidenti. Il prezzo è una certa prevedibilità: chi ha letto molto fantasy epico riconosce le tappe con un certo anticipo, e i personaggi umani restano più abbozzati di quelli non umani. È il punto d'ingresso corretto della serie, e regge anche da romanzo singolo. Consigliato a chi ha esaurito la pazienza per gli elfi e vuole vedere il genere raccontato dal lato sbagliato del campo di battaglia.
Perché leggerlo?
Per scoprire che i troll non sono solo mostri, ma guerrieri coraggiosi capaci di opporsi al male quando nessun altro può farlo.


