
I Goblin
di Karl-Heinz Witzko
Karl-Heinz Witzko fa con i goblin qualcosa di diverso da quello che i suoi connazionali hanno fatto con orchi e troll: non li riabilita e non li rende eroici, li lascia meschini e ci costruisce sopra un romanzo di umorismo surreale. Il meccanismo narrativo — il rapimento di esseri umani attraverso porte interdimensionali — è più vicino al nonsenso che al fantasy epico, e serve soprattutto a creare situazioni in cui la logica goblin, tutta basata su furbizia immediata e sull'incapacità di pensare oltre il vantaggio del momento, si scontri con quella umana. Questo è il pregio principale del libro. I goblin non sono stupidi: sono astuti in modo miope, e Witzko ricava molto materiale dal divario tra la loro intelligenza tattica e la loro totale assenza di strategia. È un umorismo di tipo tedesco, secco e a tratti grottesco, molto lontano dalla comicità anglosassone alla Pratchett a cui il genere ci ha abituati. Il rovescio della medaglia è che un romanzo popolato da personaggi volutamente sgradevoli fatica a creare coinvolgimento: manca una figura in cui riconoscersi, e nella parte centrale la successione di situazioni bizzarre rischia di diventare ripetitiva senza una progressione forte che la sostenga. Anche la struttura risente della premessa: gli attraversamenti dimensionali permettono di cambiare scenario a piacere, e il libro ne approfitta talvolta a scapito della coerenza. Una lettura originale per chi cerca fantasy fuori dagli schemi e apprezza l'umorismo storto; non il titolo giusto per chi vuole avventura o worldbuilding sistematico.
Perché leggerlo?
Per vedere il mondo attraverso gli occhi di creature astute e meschine, in un viaggio che mescola il folklore classico con un tocco di grottesco umorismo tedesco.


