
Il quinto sigillo
di Davide Cossu
Esordio di Davide Cossu, e romanzo che sceglie un'ambientazione storica di prim'ordine: il Concilio di Firenze del 1439, il tentativo di riunificare la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente davanti alla minaccia ottomana su Costantinopoli. È un contesto perfetto per un giallo politico, e il libro lo capisce. La città è piena di delegazioni greche e latine, gli equilibri sono fragilissimi, e l'omicidio di un giovane greco può far saltare mesi di trattative. Il movente non è personale ma diplomatico, e questo dà all'indagine una posta reale. La scelta di Leon Battista Alberti come investigatore è la mossa più interessante. Alberti era architetto, matematico, teorico della prospettiva e della crittografia — è realmente autore di uno dei primi trattati europei sulle cifrature — e affidargli un'indagine significa poter usare un metodo basato su osservazione, misura e decifrazione senza forzare l'anacronismo. Un detective rinascimentale che ragiona come un rinascimentale, non come un poliziotto moderno in costume. Cosimo de' Medici, che commissiona l'indagine, funziona come il committente che non vuole la verità ma la stabilità, ed è un buon contrappeso. I difetti sono quelli tipici di un primo romanzo: la ricostruzione storica a volte prende il sopravvento sul ritmo, alcuni dialoghi servono a informare il lettore più che a far parlare i personaggi, e la soluzione arriva con qualche forzatura. Buon esordio, consigliato a chi ama il giallo storico costruito su eventi documentati più che su società segrete.
Perché leggerlo?
Per riscoprire la Firenze rinascimentale attraverso gli occhi di un protagonista d'eccezione come Leon Battista Alberti.


