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Copertina di L’ultimo Unicorno
Dettagli
GenereFantasy
AutorePeter S. Beagle
Valutazione

L’ultimo Unicorno

di Peter S. Beagle

La mia recensione

Del 1968, e uno dei pochi fantasy che si può chiamare senza esitazione letteratura. Un unicorno scopre di essere l'ultimo della sua specie e lascia la propria foresta per cercare gli altri; lungo la strada raccoglie Schmendrick, mago incapace, e Molly Grue, donna di mezza età che ha aspettato tutta la vita un incontro che arriva troppo tardi. Beagle scrive una favola che sa di essere una favola. I personaggi conoscono le regole delle storie in cui si trovano, le commentano, a volte se ne lamentano — un'ironia che precede di decenni la moda del fantasy metanarrativo e che qui non è mai un espediente comico fine a se stesso: serve a rendere più acuto il dolore quando le regole non bastano. Il cuore del romanzo è la trasformazione dell'unicorno in donna. Diventando mortale conosce il tempo, la paura e l'amore, e scopre che sono insopportabili. La frase in cui dice di essere ormai capace di rimpianto è il punto più alto del libro, e spiega perché il finale non sia consolatorio: qualcosa viene salvato, ma nulla torna com'era. La prosa è la ragione principale per leggerlo — musicale, precisa, capace di passare dalla battuta alla malinconia in una riga, e resa bene anche in italiano. Chi cerca worldbuilding sistematico o azione resterà spiazzato: qui la mappa non conta, contano il ritmo delle frasi e il peso delle perdite. Un libro breve che si rilegge a distanza di anni trovandoci ogni volta qualcosa di diverso.

Perché leggerlo?

Perché è uno dei romanzi fantasy più belli e delicati mai scritti, capace di toccare le corde dell'anima con una prosa senza tempo.

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