
Termush
di Sven Holm
Un romanzo breve del 1967 che negli ultimi anni è tornato a circolare, e a ragione: è invecchiato molto meglio di quasi tutta la fantascienza post-atomica della sua epoca. Sven Holm immagina un albergo di lusso costruito come rifugio per chi ha potuto permetterselo, e osserva cosa succede agli ospiti nei giorni successivi alla catastrofe nucleare. La forza del libro sta nel registro. Non c'è azione, non ci sono mostri, non c'è quasi trama: c'è un narratore che annota, con la calma di chi compila un diario, la manutenzione ordinaria di un mondo finito. Il personale continua a lavare via la polvere radioattiva dalle superfici, i pasti vengono serviti agli orari previsti, si organizzano concerti. L'orrore non arriva da fuori ma da questa insistenza sulla normalità, e dal fatto che gli ospiti la accettino. Il punto in cui il romanzo diventa davvero tagliente è l'arrivo dei sopravvissuti dall'esterno, chi il posto non l'aveva prenotato. La reazione della comunità dell'albergo trasforma una storia sulla fine del mondo in una storia sulla proprietà: la salvezza era un bene acquistato, e come ogni bene va difeso da chi non ha pagato. È una critica al capitalismo scritta senza una riga di predica, semplicemente mostrando la logica di un contratto portata alle sue conseguenze. Si legge in due ore e resta addosso molto più a lungo. Chi cerca fantascienza d'avventura resterà a mani vuote; chi apprezza Ballard, o l'apocalisse raccontata come procedura amministrativa, trova qui uno dei testi più lucidi del filone.
Perché leggerlo?
Per confrontarsi con un incubo lucido che svela l'illusione della salvezza acquistabile e la fragilità delle nostre certezze di fronte all'inevitabile.


