
Il riscatto di Ender
di Orson Scott Card
Il seguito di Ender's Game, e il caso raro di un sequel che rifiuta di essere un sequel. Card ha dichiarato che il primo romanzo esisteva per rendere possibile questo, e si vede: tremila anni dopo, Ender viaggia da un pianeta all'altro come Portavoce dei Morti, pronunciando orazioni funebri che raccontano le persone per come sono state davvero, senza indulgenza. Su Lusitania trova i pequeninos, una specie intelligente con un ciclo vitale che gli osservatori umani hanno frainteso in modo tragico. La tensione centrale non è militare ma antropologica: si può studiare una cultura aliena senza distruggerla, e chi decide cosa sia crudeltà quando la biologia dell'altro è diversa dalla nostra? Il romanzo è pieno di errori commessi in buona fede da persone competenti, ed è questo a renderlo doloroso. Il cambio di registro è netto. Sparisce l'azione, restano le famiglie, i lutti irrisolti, le conversazioni lunghe. La famiglia Ribeira, con il suo carico di violenza domestica e segreti, occupa gran parte del libro e sostiene il peso emotivo che nel primo volume era affidato al ritmo. È un romanzo più maturo e meno immediatamente godibile del precedente: chi arriva cercando altre battaglie in assenza di gravità si troverà davanti un libro sul perdono e sulla xenologia. Il tema centrale — la comprensione dell'Altro come lavoro faticoso, non come buona intenzione — è però svolto con una serietà che la fantascienza raggiunge di rado. Il finale, che riprende la colpa di Ender e le offre non un'assoluzione ma una riparazione possibile, chiude un arco lungo due libri.
Perché leggerlo?
Per la sua straordinaria profondità filosofica e per come trasforma una saga militare in una riflessione universale sull'empatia e la redenzione.


