
La biblioteca perduta dell’alchimista
di Marcello Simoni
Secondo volume del ciclo di Ignazio da Toledo, e quello in cui Simoni mette a fuoco il tema che percorre tutta la sua opera: i libri come oggetti pericolosi. La scomparsa della regina Bianca di Castiglia porta Ignazio sulle tracce del Turba philosophorum, raccolta alchemica realmente esistente e realmente oscura, che nella finzione promette la conoscenza dei segreti della materia. La ricerca attraversa castelli, laboratori e ambienti in cui l'alchimia viene praticata come disciplina tecnica — distillazioni, forni, sostanze — più che come magia, e questa concretezza è la cosa migliore del romanzo. Il Conte di Nigredo è l'antagonista più memorabile del ciclo: il nome stesso rimanda alla prima fase dell'opera alchemica, la putrefazione, ed è coerente con un personaggio che agisce per corruzione più che per violenza diretta. Rispetto all'esordio la struttura è più solida e la prosa più controllata, con meno spiegazioni infilate a forza nei dialoghi. In compenso il ritmo è più lento: le sezioni dedicate alla decifrazione dei testi richiedono pazienza, e chi cerca azione continua troverà la parte centrale statica. Il rapporto tra Ignazio e Uberto, ormai cresciuto, guadagna spessore e diventa il vero filo emotivo della serie: un padre adottivo che ha insegnato al figlio un mestiere pericoloso e comincia a chiedersi se abbia fatto bene. Si può leggere in modo indipendente, ma la relazione tra i due protagonisti rende preferibile la lettura in ordine.
Perché leggerlo?
Per gli amanti degli indovinelli medievali e delle atmosfere cariche di segreti esoterici, dove ogni pagina profuma di pergamena e mistero.


