
L’abbazia dei cento inganni
di Marcello Simoni
Terzo volume del Codice Millenarius, ambientato a Ferrara nel 1349, con l'Europa che esce a pezzi dalla peste. Maynard de Rocheblanche indaga su una processione di incappucciati avvistata nelle selve ferraresi, sospettata di riti satanici, e deve mettere al sicuro il Lapis exilii. Il tema che tiene insieme il libro è più interessante della trama: cosa succede alla religiosità dopo una catastrofe di quelle proporzioni. I flagellanti, le sette penitenziali, le accuse di stregoneria e i capri espiatori non sono invenzioni narrative ma fenomeni documentati del 1348-49, e Simoni li usa per mostrare una società che cerca una spiegazione morale a un evento biologico. È la parte migliore del romanzo. La struttura investigativa, invece, è la più debole del ciclo. La caccia alla reliquia si è trascinata per tre volumi e qui mostra la corda: alcuni passaggi risolutivi arrivano per rivelazione più che per deduzione, e la spiegazione finale sul culto lascia meno soddisfatti di quanto la costruzione promettesse. Maynard chiude il proprio arco in modo coerente, e il ciclo trova una conclusione dignitosa senza forzare un lieto fine che sarebbe stato fuori tono. Consigliato a chi ha letto i primi due volumi e vuole completare il percorso; sconsigliato come punto d'ingresso all'autore. Chi cerca il Simoni migliore trova più soddisfazione nel ciclo dell'Abate Nero o ne L'enigma del cabalista.
Perché leggerlo?
Per immergersi in un Medioevo oscuro e complottista, dove ogni ombra nasconde un segreto e la verità è più pericolosa della finzione.


