
La taverna degli assassini
di Marcello Simoni
Con questo romanzo Simoni abbandona il Medioevo e apre il ciclo settecentesco di Vitale Federici, ed è un cambiamento più radicale di quanto sembri. Granducato di Toscana, 1793: un cadavere in un campo di vite, un castello costruito sopra un'antica abbazia, e un'indagine condotta da Federici insieme al discepolo Bernardo della Vipera. Il contesto storico non è decorativo: la Toscana leopoldina era il laboratorio riformatore d'Europa — primo Stato ad abolire la pena di morte, nel 1786 — e ambientarci un'indagine significa poter usare un metodo investigativo razionale senza anacronismo, cosa impossibile nei romanzi medievali dell'autore. Il risultato è un giallo più classico e più pulito. Meno esoterismo, meno reliquie, più raccolta di prove e interrogatori; e la coppia maestro-allievo, con Bernardo che osserva e Federici che deduce, richiama esplicitamente la tradizione del genere. La brevità è insieme il pregio e il limite. Il romanzo è compatto e si legge rapidamente, ma la soluzione arriva presto e i sospettati non hanno lo spazio per diventare tridimensionali. Chi ama i gialli lunghi e stratificati lo troverà sbrigativo. L'atmosfera del castello, con la stratificazione tra edificio abbaziale e residenza nobiliare, è la parte più riuscita e mostra la competenza dell'autore, che di mestiere è archeologo. Punto d'ingresso del ciclo, da leggere prima de Il teatro dei delitti, che è il volume più ambizioso dei due.
Perché leggerlo?
Per un'indagine rapida ma intensa nella Toscana di fine '700, perfetta per chi ama i gialli classici arricchiti da dettagli storici accurati.


