
L’abbazia dei cento delitti
di Marcello Simoni
Secondo capitolo del Codice Millenarius, e il migliore dei tre. Maynard de Rocheblanche prosegue la ricerca sul Lapis exilii cercando di guadagnarsi la fiducia del marchese Obizzo d'Este a Ferrara, mentre da oriente comincia ad arrivare la notizia di una pestilenza. È la peste a fare la differenza. Simoni non la usa come sfondo drammatico ma come fattore che disorganizza tutto: le rotte si interrompono, le città chiudono le porte, i piani politici costruiti nel primo volume diventano irrilevanti nel giro di poche settimane. Gli antagonisti continuano a inseguire una reliquia mentre il mondo in cui quella reliquia aveva valore si sta dissolvendo, e questa ironia di fondo dà al romanzo una profondità che il primo volume non aveva. La corte estense è ricostruita con cura, e Obizzo funziona come esempio del signore trecentesco italiano: colto, spietato, perennemente in bilico tra alleanze che cambiano più in fretta di quanto si possa gestire. Maynard, qui, deve fare qualcosa che gli riesce male, cioè la politica. Vederlo negoziare, dissimulare e adattarsi a un ambiente per cui non è attrezzato è più interessante che vederlo combattere, e Simoni ha il buon senso di non renderlo improvvisamente abile. Restano i difetti del ciclo: troppi personaggi secondari appena tratteggiati, e alcune scene di transizione allungate. Il finale non chiude, prepara. Da leggere in sequenza. È il volume in cui la trilogia trova il proprio tono.
Perché leggerlo?
Un sequel incalzante dove l'ombra della peste aggiunge un ulteriore strato di drammaticità alla ricerca della reliquia perduta.


