
Nella quarta dimensione
di Liu Cixin
Chiusura della trilogia, e il volume più estremo dei tre: Liu Cixin abbandona la scala umana e porta la narrazione attraverso ere geologiche, poi cosmologiche, fino a mettere in discussione la dimensionalità stessa dell'universo. La protagonista, Cheng Xin, è una scelta divisiva. È un personaggio che agisce per compassione e le cui decisioni, prese nei momenti decisivi, risultano quasi sempre catastrofiche. Molti lettori la trovano insopportabile; è però evidente che Liu la usa come tesi — l'idea che l'etica umana, in un universo che funziona come il bosco oscuro, sia un lusso letale. Che si condivida o no, il romanzo la sostiene fino in fondo senza addolcirla. Le invenzioni concettuali sono le più spinte della saga: la fiaba allegorica che nasconde informazioni tecniche, gli attacchi che riducono le dimensioni dello spazio, e un finale che ripensa la fine dell'universo come un problema di responsabilità collettiva. Sono immagini che restano, e nessun altro autore contemporaneo le costruisce con questa ampiezza. Il prezzo è alto. La struttura è la più sbilanciata della trilogia, con lunghe sezioni saggistiche, decine di personaggi introdotti e abbandonati, e un impianto emotivo che si regge quasi solo sull'idea. Chi cerca una conclusione soddisfacente nel senso tradizionale non la troverà: il libro chiude la storia dell'umanità molto prima di finire. Va letto per completare il percorso, e per una manciata di scene che allargano davvero la percezione della scala. Il secondo volume resta il vertice; questo è il più ambizioso.
Perché leggerlo?
Per chiudere una delle saghe più ambiziose della fantascienza moderna, con una visione che spazia dal microscopico al multidimensionale.


